A cura di Salvatore Braccialarghe
Tutti viaggiamo nella nostra vita ed ognuno di noi lo fa con motivazioni diverse, con tempi strettamente personali, oggi anche utilizzando i mezzi più svariati. Naturalmente alla base di ogni spostamento fisico delle persone ci sono delle particolarità che aiutano – già loro stesse – ad identificarne la tipologia. Mi spiego meglio: nessuno considererebbe viaggio quello che intraprende ogni mattina per raggiungere la propria sede di lavoro! E’ una necessità obbligata, un tempo che si finisce con il considerare quasi “sospeso”, una sorta di pegno che dobbiamo pagare per continuare a svolgere il nostro impiego. Eppure, in alcuni casi, si fanno spostamenti anche di centinaia di chilometri, ma credo che nessuno si attenda da essi di ricevere in cambio una qualche emozione… Molti di noi si spostano (o lo hanno fatto nel loro passato) per affari, magari su e giù per il Mondo: qui, sebbene si tratti pur sempre di lavoro, le cose iniziano a cambiare. Infatti entrano in gioco altre considerazioni: si va in un Paese magari sconosciuto, dove tutto potrebbe essere assai diverso dalla nostra quotidianità, dalla cultura (in senso lato), ai modi di vivere, dal tipo di società che lì troveremo alla lingua, dalla religione alla tradizione culinaria. E queste solo per citare alcune delle differenze a cui una trasferta, anche di lavoro e limitata nel tempo, inevitabilmente ci proporrà. Ecco, senza volerlo, ho scritto “trasferta” e non viaggio: potrebbe apparire come una semplice differenza di vocabolo, ma invece se ci fermassimo solo un attimo a pensarci sopra, allora scopriremmo come anche nella nostra vita quotidiana abbiamo spesso classificato in modo diverso lo stesso concetto generale di “viaggio”… Naturalmente poi vi sarebbero tante altre considerazioni da fare, anche circa i mezzi di trasporto a disposizione: certamente tutti converranno che il trasporto aereo – e la disponibilità oggi di prezzi finalmente accettabili – abbia rappresentato in questi ultimi anni una vera e propria “rivoluzione culturale” in tutto il Mondo libero, dove basta il passaporto ed un budget economico sufficiente, per decollare verso la nostra meta preferita! Con buona pace di tutti gli abitanti di quei Paesi (e non sono pochi) dove questo è impedito di fatto, da regimi politici che hanno negato (e continuano a negare) questa possibilità. Tutte queste considerazioni, ognuna corretta, sono necessarie per tentare di rispondere ad una domanda che mi sono sentito rivolgere centinaia di volte nella mia vita: “ma lei perché viaggia?”. Una richiesta semplice e anche ovvia, rivolta a chi ha scelto di vivere una vita “diversa”, un po’ lontana dagli schemi comuni più conclamati, condotta per gran parte dei mesi che compongono un anno “fuori di casa”, ma anche “dentro casa”.
Dentro una delle sue case… Infatti non ho alcuna difficoltà culturale a definire “casa” il mio camper, quello di oggi così come il primo che ho avuto, ormai più di 35 anni fa! Sono stati sette per la precisione, e di tutti loro mantengo nel mio cuore e nella mia memoria, molte delle sensazioni – famigliari e personali – che hanno contrassegnato questi anni. Come mai si potrebbero cancellare i ricordi, come quell’alba vissuta sulla spiaggia di Stave, nelle Lofoten davanti ad una famigliola di foche che, a pochi metri dalla riva, parevano godersi anche loro il prolungato spettacolo del Sole di Mezzanotte, a cui stavo assistendo rannicchiato contro il pneumatico anteriore della mia casa viaggiante… Oppure, e solo per ricordarne un altro, quella notte di un Capodanno trascorso nella bufera di neve che imperversava sul Sestriere mentre, incurante dei festeggiamenti, cercavo di aiutare una coppia in un piccolo camper dove la batteria di bordo, complice il gelo, aveva dato forfait lasciandoli senza riscaldamento e nel buio più assoluto… E’ finita davanti al classico panettone, a fare il più rituale dei brindisi, sul mio camper dove hanno potuto trascorrere una notte confortevole, anche se forse meno romantica di quello che avrebbero voluto! Due diversi episodi, estratti tra tanti, che ci possono aiutare nel nostro ragionamento: nella realtà le motivazioni vere sul per ché scegliamo di viaggiare in senso lato, e di fare “quel viaggio” nel particolare, dobbiamo trovarle dentro di noi: siamo i soli che possono rispondere alla domanda “perché proprio quel viaggio?”. Per tentare di dare una risposta prima di tutto dovremmo tenere conto dell’indole personale, un concetto che riguarda il nostro “Io” e che ci permette di comprendere quanto per noi sia importante quella particolare esperienza di vita. Potrebbe anche apparire strano per chi sente vivo questo interesse, ma nella realtà esistono anche persone che paiono del tutto estranee a questo bisogno: chi di voi non conosce almeno qualcuno che preferisce di gran lunga le sue abitudini quotidiane e che mai accetterebbe di rinunciarvi? Ricordo a tal proposito un incontro avuto in Alto Adige con un signore che da circa vent’anni trascorreva lì due settimane nel mese di luglio, lo ricordo bene perché il suo racconto aveva delle particolarità uniche, che ben si possono inquadrare nel nostro discorso. Il periodo scelto era sempre stato lo stesso, le prime due settimane appunto di luglio. Le aveva scelte perché, secondo la sua esperienza, in montagna in quell’area erano le più favorevoli per le condizioni atmosferiche. E poi lo stesso hotel. Perché mai cambiarlo visto che aveva pienamente risposto alle sue esigenze? E poi ancora la stessa camera, quella con una visuale che “allargava il cuore”: e come dargli torto? Il nostro amico amava anche la buona tavola e non disdegnava l’accompagnamento di un buon vino rosso: qui trovava la cucina sempre di qualità, con i suoi piatti preferiti e una delle “sue” bottiglie… Anche la familiarità del luogo lo aiutava non poco: ormai conosceva tutti, dal fruttivendolo al vigile, dal salumiere al giornalaio. Già il giornalaio, ecco un altro dei suoi punti di riferimento: lui, da sempre, era abituato ad iniziare la giornata con la lettura del suo quotidiano locale che, appunto l’amico edicolante, gli faceva arrivare appositamente per lui!

Questa sua familiarità si estendeva naturalmente anche alle camminate in montagna: di quei sentieri che si dipanavano lungo le pareti gli erano ormai noti tutti i passaggi e ogni singola visuale. Insomma il nostro amico era sì fuori casa per due settimane all’anno (l’unico periodo di svago che si concedeva), ma per vincere le proprie insicurezze doveva circondarsi di un ambiente tanto conosciuto da farlo sentire “a casa”, almeno in una qualche misura. E poi il cellulare, la disponibilità stessa della Rete e della sua posta elettronica, gli facevano sentire sempre meno la lontananza fisica dal suo ambiente abituale. Già la tecnologia, quanto ci può aiutare quando siamo magari dall’altra parte del Mondo? Decisamente molto, offrendoci sempre la possibilità di restare connessi con tutto ciò che abbiamo momentaneamente la sciato lontano. Vale per tutti, ma vi voglio raccontare di due esperienze vissute direttamente in prima persona. Osservare da vicino una gara di atletica molto attesa, scattare un numero impressionante di foto, scegliere sul computer portatile seduto sul bordo della pista le migliori, scrivere un articolo sulla gara e spedire il tutto in redazione, nel più breve tempo possibile, così che, da lì a poche ore, tutto fosse stampato sul giornale… Semplicemente incredibile e davvero impossibile, solo fino a pochi anni fa! Ed oggi alla portata di tutti, anche in modo sufficientemente economico in relazione a quanto offerto dalla moderna tecnologia. Un altro esempio ricorda un oggetto di metà degli anni ‘80 ed oggi del tutto dimenticato: il lettore di microfiche. Con questo termine si intendevano delle pellicole, tipo quelle usate ancora oggi per le radiografie, dove venivano impressi una miriade di dati e di disegni tecnici riguardanti un determinato prodotto. Era un mezzo assai semplice per individuare, ad esempio, le parti di ricambio di un certo modello di auto, con tanto di disegno, di codice per ordinarlo e di descrizione. In una unica microfiche potevano starci tutti i componenti di un’autovettura o tutte le firme abilitate per il prelievo in una agenzia bancaria, ad esempio. Comprenderete la grande rivoluzione, sia in termini di tempo che di classificazione delle informazioni che questo strumento consentiva! Per renderle disponibili alla consultazione le lastre venivano inserite nel lettore, una specie di lavagna luminosa che le ingrandiva sullo schermo rendendole così perfettamente leggibili. In un’epoca nella quale i primi computer erano solo disponibili per usi militari questo rappresentava un fronte assai avanzato per l’archiviazione e la consultazione delle informazioni. Oggetti dei quali già negli anni successivi non se ne sentì più il bisogno: oggi con una breve ricerca in Internet possiamo sapere tutto ciò che ci può interessare su questo o quel prodotto… E, magari dall’atro capo del Mondo, possiamo postare la nostra foto su una spiaggia dorata e vederla pubblicata in un batter d’occhio. Ecco perché la tecnologia ci ha cambiato e continua a mutare i nostri stili di vita, permettendoci di estraniarci solo se davvero lo vogliamo fare! E dunque perché viaggiamo? Per me rispondere è semplice e lo faccio solo in due parole: per vivere! Non saprei come fare senza il viaggio, senza quell’adrenalina che mi prende ogni qual volta parto, mettendo in moto il camper. Già perché – per chi ancora non mi conosce – io viaggio prevalentemente in camper, scegliendo questo mezzo ogni volta che lo posso fare. Per me l’aereo o la nave possono rappresentare solo dei surrogati, per raggiungere terre dove ci vorrebbe troppo tempo per arrivarvi via strada, o nei casi in cui questa scelta sia semplicemente impossibile. Per ogni altra destinazione c’è lo “strumento camper”, il fidato mezzo che mi consente di portarmi dietro la mia casa, su ruote. Che mi concede una libertà assoluta, di partire e di arrivare, giorno dopo giorno: che accetta di buon grado ogni mia scelta, che diventa una vera cucina di buon livello ovunque io sia… Ed una sera, proprio in quel deserto, sentii qualcuno che timidamente bussava alla mia porta: era una donna tuareg con un piccolo bambino in braccio. Mi chiedeva solo se avevo la possibilità di scaldarle un po’ di latte per il piccolo… Fu una delle serate più belle, con lei che continuava a cullare il bimbo ormai addormentato tra le sue braccia e con la fame saziata e lei che, con i suoi occhi penetranti, mi ringraziava per la splendida peperonata che le avevo fatto assaggiare e il cui profumo che usciva dalle finestre aperte, l’aveva convinta a bussare alla porta! A volte basta davvero poco per ricevere molto di più di ciò che si può dare…

Per vivere dicevo prima: e per me (e per tante altre persone!) è davvero così. Gli incontri, le esperienze, le difficoltà che si devono superare in alcune situazioni, le lingue e le culture differenti, sono tutti piccoli-grandi tesori che poi entreranno a far parte della nostra stessa esperienza di vita. E che, come tali, diverranno nostri ricordi. Perché vivere richiede sempre una qualche interazione con il nostro prossimo: sia nel mondo degli affari e del lavoro, sia nella nostra sfera più privata. E sarà proprio il nostro livello di accettazione dell’altro, del nuovo, la misura della nostra stessa capacità di comprendere fenomeni e
situazioni magari per noi nuove e lontane dal nostro livello di comunicazione. Con il passare degli anni ho imparato quanto di vero ci possa essere in proverbi e in quelle frasi fatte che poi sintetizzano bene l’espressione culturale di un popolo: e spesso mi viene in mente una massima che vuole che “le radici del nostro futuro siano compenetrate nel nostro passato e da lì irradiate” E’ un pensiero comune a molte culture e che trova applicazioni pratiche nella nostra vita di tutti i giorni. A noi resta però la scelta fondamentale: avere la capacità, il desiderio di scoprire il Mondo e gli altri, magari portandosi dietro la “casa su ruote” come amo fare io stesso, oppure tornare per lunghi anni, sempre nello stesso luogo per ritrovare lì le certezze di cui abbiamo bisogno… Ecco, è con questo interrogativo che vi lascio alle vostre riflessioni: io la mia scelta l’ho già fatta. E non da oggi!







