Nell’Appennino umbro-marchigiano, in un ambiente incontaminato, siti naturali unici e splendidi borghi ricchi di storia, cultura, opere d’arte e buona cucina fanno vivere emozioni che affondano le proprie radici nel tempo.
Recarmi nelle Marche è sempre un momento di gioia e di attese che l’esperienza mi dice non andranno mai deluse. E poi è una regione in cui ovunque – mi sento a casa perché tra le poche caratteristiche comuni a questa terra, nella quale un complicato sistema di valli (undici) ha creato infinite difficoltà nelle comunicazioni e diversità anche culturali, vi sono la genuinità e il calore delle persone e la loro capacità di metterti a tuo agio non appena arrivi, sulla costa come nelle valli montane.
Se oggi muoversi da una vallata all’altra è relativamente facile, fino a qualche decennio fa ognuna rappresentava un microcosmo con comunicazioni difficili con le valli contigue, figuriamoci con quelle più lontane. Il nome plurale della regione indica quindi una pluralità di entità storicosociali che si traducono in una molteplicità di centri che nelle singole aree hanno svolto di fatto il ruolo di ‘capitale’ come Jesi per i suoi castelli, Fermo, Camerino o Fabriano per l’alta Vallesina.
Spesso nelle aree montane e collinari il rapporto era più omogeneo con le zone limitrofe di altre regioni che con la parte costiera della propria venendosi a creare di fatto comprensori interregionali ante litteram. Situazione che oggi si trasforma in fortuna turistica poiché per conoscere bene le Marche occorre visitarle ‘palmo a palmo’.
Le Marche offrono, quindi, una grande varietà e ricchezza di stimoli culturali, a volte unici: secondo la zona troviamo il romanico o rilevanti presenze di Rinascimento (basti pensare a Urbino e ai monumenti del Palazzo-città), ma anche splendidi e intatti esempi di gotico. Per non parlare del susseguirsi di parchi e aree protette: accanto al Parco Nazionale dei Monti Sibillini e a una piccola parte di quello dei Monti della Laga e del Gran Sasso d’Italia esistono nove realtà tra parchi regionali, riserve naturali e aree protette, un vero scrigno in cui si può fare un salto nel tempo ritrovando la natura incontaminata del passato.
E nelle Marche passato e presente sono contigui: lo sono nell’ambiente così come nella gastronomia anch’essa diversa da zona a zona per le influenze delle realtà confinanti. Si è quindi in presenza di una cucina, anzi di una molteplicità di cucine, ricche di profumi e sapori in cui tradizione e cultura locale rivestono sempre un ruolo fondamentale declinando in modo differente lo stesso prodotto: basti pensare al salame ciauscolo di Visso e a quello di Fabriano.
Questi e molti altri motivi ne rendono evidenti il grande fascino e il desiderio di tornarvi non appena possibile. Stavolta l’occasione colta al volo è stata offerta da un amico tedesco che mi ha chiesto di accompagnarlo a visitare il Museo della fisarmonica. Confesso di averne ignorato l’esistenza – come penso gran parte degli Italiani che spesso non conoscono molte delle ricchezze culturali del nostro Paese – per cui sono partito per Castelfidardo sede del museo e soprattutto storicamente ‘città della fisarmonica’ ripromettendomi in cuor mio di portarlo a vedere anche qualche splendida realtà marchigiana che non conosceva. ‘Non conoscerà tutto delle Marche!’ pensavo.
Castelfidardo era un nome sepolto nella memoria scolastica, una di quelle date che ti fanno studiare come se fossero la cosa più importante del mondo e che poco dopo la scuola si autocancellano dalla memoria e vivi bene lo stesso (anche quando successivamente approfondisci la tua cultura storica studiando cause ed effetti dei vari eventi). Comunque la risolutiva battaglia che vi si combatté tra l’esercito sabaudo e quello pontificio mi si parò di fronte all’ingresso della cittadina sotto forma di un monumento al generale Enrico Cialdini mentre guidava il vittorioso assalto delle truppe piemontesi.
La prima tappa è il bel Palazzo Comunale che ospita nelle secentesche sale del seminterrato il Museo internazionale della Fisarmonica (uno dei 344 musei che secondo il mio amico arricchiscono il panorama culturale delle Marche): una simpatica e intrigante sorpresa. Vi sono esposte oltre 350 fisarmoniche – tutte diverse – che ne raccontano l’evoluzione dalle prime create nel 1863 da Paolo Soprani (un giovane contadino che aveva casualmente conosciuto un pellegrino austriaco di ritorno da Loreto con una strana ‘scatola’ che emetteva suoni musicali, forse una copia dell’accordeon brevettato nel 1829 dal viennese Demian) fino ai tecnologici esemplari dei giorni nostri rendendo omaggio all’impegno di maestranze, artigiani e imprenditori che con la loro attività hanno trasformato l’economia della zona.
Scopro così che Castelfidardo è stata la ‘capitale’ mondiale di questo straordinario strumento che allieta da generazioni le feste popolari – fino a quando l’elettronica non ha soppiantato l’arte degli artigiani. Tra le molte ‘chicche’ del museo la collezione Panini (il re delle figurine) con rari esemplari provenienti da ventidue Paesi, la ricostruzione di una ‘bottega artigiana’ dell’inizio del Novecento e alle pareti numerosi quadri anche di pittori famosi come Chagall.
La storia di Paolo Soprani per molti inventore della moderna fisarmonica qualsiasi ne sia l’origine visto che la cronaca si confonde con la leggenda – è quella di un grande uomo che ha onorato il suo paese e l’Italia tutta e giustamente Castelfidardo lo ricorda con un vibrante Monumento alla fisarmonica posto di fronte a Palazzo Soprani. Uscito dal museo con un po’ di rammarico per un’espressione della genialità italiana che va perdendosi per il mutare dei tempi, visitiamo il Museo del Risorgimento, ospitato nello storico Palazzo Ciriaco Mordini: è molto didattico e illustra gli avvenimenti politicomilitari e la situazione culturale e sociale del Risorgimento.
Prima di lasciare Castelfidardo, ci soffermiamo ad ammirare la settecentesca piazza del municipio con il citato Palazzo Comunale, già nei secoli XIV e XV centro nevralgico della città, e più oltre l’Istituto Sant’Anna che fin dal 1850 si era assunto l’incarico dell’istruzione elementare gratuita per i bambini poveri. Prima di uscire da Castelfidardo non poteva mancare un’occhiata a ciò che resta (a causa dei danni causati dal tempo e dall’incuria degli uomini di ogni epoca come avvenuto con la distruzione della chiesa di S. Abbondio posta in cima al terziere del Càssero) delle antiche strutture difensive: i due pilastri della Porta del Cassero con un breve tratto della cinta muraria da cercare tra gli edifici, la Porta del Sole (ufficialmente chiamata ‘porta dei Bersaglieri’ per la nota battaglia) esistente dal 1480, e la Porta Vittoria (già ‘porta Marina’) costruita nel I775.
La quarta Porta, quella di Sasso, è inutile cercarla perché murata in passato non ne rimane traccia. Lasciata Castelfidardo, il viaggio prosegue verso l’interno per far visitare al mio amico le Grotte di Frasassi di cui ovviamente conosceva l’esistenza senza peraltro averle mai visitate. Non poteva però mancare una visita alla Selva, sita in località Monte Oro e patrimonio naturale unico in Europa: per le sue caratteristiche può essere considerato un bosco ‘relitto’ del tardo Olocene. Tra le 750 entità vegetali e le oltre 400 specie vascolari da cui è costituito il suo patrimonio floristico vi sono molte autentiche rarità.
Bosco molto amato dagli abitanti della zona – ai quali in passato forniva calore e cibo – si narra sia stato salvato da una forte protesta popolare dalla distruzione decisa nel 1579 dal Governatore di Loreto per togliere nascondigli ai briganti. Prima di arrivare alle grotte una breve sosta nel comune di Genga (nel cui territorio è Frasassi) rivela un delizioso borgo – ancora racchiuso tra le mura del castello medievale – che svetta tra i fitti boschi sulla cima di un colle dell’Alta Val Esino.
Essendovi nato Papa Leone XII vi è il Museo d’arte Sacra ‘S. Clemente’ nell’omonima ex chiesa di fondazione medievale – che conserva arredi e oggetti sacri di Leone XII. Belli il trittico e lo stendardo ligneo (dipinto su entrambe le facce) di Antonio da Fabriano. La soddisfazione di aver portato l’amico tedesco in un museo di cui ignorava l’esistenza ha valso la visita peraltro interessante anche per me che questo genere d’arte non amo.
Imboccata la gola di Frasassi (siamo nel Parco regionale Gola della Rossa e di Frasassi), scavata dal Sentino, percorrendo un’affascinante strada tra alte pareti a strapiombo – con numerose grotte in cui sono state trovate tracce di insediamenti preistorici e nell’ampia grotta del Santuario sono state costruite la cappella di S. Maria intra Saxa e una piccola chiesa ortogonale con cupola per volere di Leone XII – si giunge alle famose grotte.
Delle Grotte di Frasassi – uno dei complessi carsici più belli d’Italia e d’Europa – questa testata ha già ampiamente trattato, per cui mi limiterò a ricordare il camminamento attrezzato, comodamente percorribile, di 1,5 km tra sottili trasparenze, laghetti, stalattiti, colonne che s’innalzano maestose verso una volta che quasi non si scorge (è stato calcolato che nella Grotta grande del Vento potrebbe essere inserito il Duomo di Milano con tutte le sue guglie) e varie rocce, a volte trasparenti come l’alabastro, dalle forme più strane – quasi galleria di sculture di ogni epoca – che hanno finalmente lasciato ‘a bocca aperta’ il mio ospite. Grazie Frasassi!
Prima di raggiungere una nuova tappa museale a Fabriano, ci soffermiamo a visitare a S. Vittore alle Chiuse, nei pressi del complesso termale, la bella Chiesa – uno dei più interessanti monumenti romanici (XI secolo) della regione – che da sempre mi ha affascinato per il campanile tronco e la torre cilindrica che racchiudono l’androne. Vista dalla piazza sembra quasi una fortificazione. L’interno con tre navate si sviluppa secondo influssi bizantini. Museo più, museo meno visitiamo l’interessante Museo Speleo-paleontologico – ospitato nella parte recuperata dell’antico convento a fianco della chiesa che presenta numerosi reperti forse tratti anche dalle vicine grotte.
Accennavo alle molte belle sorprese offerte dalle Marche: una di queste è l’Abbazia di Val di Castro cui siamo arrivati seguendo i consigli di un simpatico oste nel cui accogliente locale siamo stati gratificati da un ottimo piatto di ‘vincisgrassi’: il settecentesco primo, di origine maceratese, che accompagnato da un’ottima bottiglia di ‘Lacrima di Morro d’Alba’ riconcilia con la vita. Anche salumi e caciotta erano eccezionali. La prima sorpresa è stata Albacina, paese fondato nell’Alto Medioevo da popolazioni in fuga dai Goti, che conserva l’aspetto antico di un borgo rurale tuttora protetto dall’occhio vigile del severo castello. Belle le mura in parte ancora esistenti. Continuando per la tortuosa strada di montagna, si giunge ai quasi mille metri dell’Abbazia.
Dicono le carte che fu fon- Onthe Road Genga, la Torre data nel 936 da San Romualdo. Del centro monastico rimangono una splendida torre quadrata (faceva parte delle fortificazioni che proteggevano il centro) e l’affascinante chiesa che risale al duecento (ma la cripta è più antica: XI secolo) con affreschi del quattrocento e altre interessanti tracce dell’antico splendore. È una deviazione che val la pena effettuare sia per il valore artistico della meta sia per la bellezza paesaggistica.





