Eremi, grotte carsiche e percorsi natura – Lungo la consolare Flaminia, tra le verdi colline della campagna laziale a poca distanza dalla capitale, il monte Soratte si erge singolare e solitario come un’isola, e un’isola calcarea era infatti, nel pliocene, come testimonia la composizione di sabbia e argilla del territorio circostante derivante dai sedimenti marini.
Con i monti Cornicolani costituisce la dorsale tiberina, affiorata nel mesozoico e sottoposta successivamente a fratture che hanno originato la depressione attraversata dal Tevere e hanno fatto subire al Soratte uno stacco morfologico rispetto all’ambiente circostante, costituendo un arco a 6 cime su una delle quali si trova il nucleo abitato di S. Oreste.
È la Montagna Sacra cantata da Orazio: “Vides ut alta stet nive candidum/ Soracte, nec iam sustineant onus/ siluae laborantes, geluque/ flumina consisterint acuto?…”. (Tu vedi come il Soratte si innalzi candido per l’alta neve e come ormai i boschi affaticati non sopportino il peso della neve ed i fiumi si siano congelati per il gelo pungente? Orazio, Carmina I,9).
Tale posizione lo elesse fin dalla preistoria, come testimoniato dal ritrovamento di reperti e ceramiche risalenti all’età del bronzo, a luogo affascinante e misterioso che ha sempre stimolato fantasia e spiritualità, oggetto del culto del Sole (Soranus) da parte di Sabini, Capenati, Falisci ed Etruschi.
La vocazione religiosa continuò con i Romani che vi edificarono il tempio dedicato ad Apollo. Plinio racconta che le famiglie Hirpi Sorani (Lupi di Sorano) in onore del dio camminavano sui carboni ardenti e per questo erano esonerati dagli obblighi militari, citazione ripresa da Virgilio nell’Eneide: “Summe deum, sancti custos Soractis Apollo”. Con l’avvento del cristianesimo divenne rifugio di eremiti: vi trovò ricovero Papa Silvestro I, fuggito alla persecuzione di Costantino, che sui resti del tempio fondò un eremo.
Oggi rimangono tracce di 6 insediamenti religiosi di cenobiti e romitori benedettini, francescani, cistercensi, camaldolesi, trinitari, teatini, orionini. Il percorso degli eremi consente, in un’ora e mezza circa di cammino, di visitare quanto rimane dei complessi monastici, partendo dall’ingresso principale della Riserva. Sulla prima vetta del monte si incontra la chiesa di Santa Lucia, romitorio di cui si ebbe notizia nel 1596 dall’eremita frate Angelico.
Nel 1780 si Testo e foto di Tania Turnaturi chiude la vicenda degli eremiti e il complesso cade in rovina fino agli interventi di restauro degli orionini negli anni Sessanta. Inoltrandosi sul sentiero fra lecci secolari seguendo la cresta verso nord-ovest, si giunge all’eremo di S. Antonio abate, sito in un luogo impervio, dai monaci camaldolesi nel 1532 documentato come sede del priore degli eremiti del Soratte.
Proseguendo verso la cima più elevata si incontra l’eremo di S. Sebastiano, nel versante sud-est. Da una testimonianza del 1706 apprendiamo che nella chiesa a cappella era venerata l’immagine della Beata Vergine con S. Sebastiano e S. Rocco. Il pittore olandese Van Wittel (Vanvitelli), noto per le sue tele di “vedutismo panoramico”, accompagnando nel 1747 il cardinale Colonna di Sciarra, ne illustrò la visita.
Dopo il 1760 venne abbandonato e iniziò la decadenza. Sulla cima più alta svetta solitaria l’abbazia di S. Silvestro, eretta sul tempio dedicato al culto di Apollo. Dell’intero complesso monastico di rilevanti dimensioni rimane la chiesa del XII sec., a pianta basilicale, con presbiterio sopraelevato su cui è collocato l’altare maggiore rivestito da lastre marmoree medievali, forse provenienti da una schola cantorum. È visitabile nei giorni di sabato e domenica.
Su una primitiva cappella dedicata alla Beata Vergine, immagine dipinta sul muro dall’eremita Antoniozzo da Romano venerata già dal XVI sec., venne edificato il convento di Santa Maria delle Grazie, abitato da eremiti e diversi ordini religiosi: camaldolesi, francescani e cistercensi che lo ingrandirono nel 1628, trasformandolo in monastero. Ricostruito nel 1835, vi risiedettero le congregazioni dei trappisti, i canonici regolari, i trinitari, i teatini e, dal 1931 i padri di Don Orione.
Il monastero di S. Maria delle Grazie, presso l’attigua chiesa, offre ancora oggi ospitalità. Seguendo un’antica mulattiera dal parcheggio sotto la strada principale del centro abitato, si raggiunge la cappella votiva “dei cacciatori” da cui, attraversando una fitta vegetazione di sambuchi in fiore, dopo aver superato le cavità carsiche denominate “meri”, si giunge alla chiesetta rupestre di Santa Romana, immersa nella vegetazione delle pendici, grotta naturale rivolta verso i monti Sabini, intorno alla quale i resti di mura e ruderi testimoniano l’ampiezza dell’eremo. 
La giovinetta Romana, figlia del prefetto Calpurnio, attratta dalla fama di S. Silvestro che dimorava sul Soratte, fuggì dal padre e si rifugiò in quest’eremo dal quale, incuneandosi nelle viscere della montagna, raggiungeva il papa eremita. Una piccola vasca accanto all’altare raccoglie l’acqua che trasuda dalla roccia e la devozione vuole sia usata dalle donne prive di latte. Un’iscrizione sull’altare ricorda il battesimo della giovinetta somministrato dal papa e un affresco del 1600 raffigura la santa.
La dorsale calcarea che costituisce il rilievo è priva di corsi d’acqua, morfologicamente isolata dalla catena degli Appennini, e soggetta a erosione carsica lungo le pendici che genera antri e pozzi fossili: i “meri”, sistema ipogeo di cavità collegate, di origine freatica, del diametro di 10-20 m e oltre 100 m di profondità, che si spalancano all’improvviso e rappresentano un autentico geotopo di notevole interesse speleologico, nella zona di Santa Romana.
A lungo ritenuti la porta degli Inferi, le cavità sono collegate: il mero piccolo scende rapidamente fino a sboccare nel mero grande costituito da un imponente pozzo verticale di 20 m di diametro; poco distante il mero medio è profondo 65 m, con un imbocco di 10 m. Tra una vegetazione arbustiva di fillirea, leccio, acero e terebinto si snoda il sentiero delle grotte, percorribile in poco più di un’ora sul versante occidentale: Santa Lucia è una cavità di 40 m di profondità e 60 di diametro nei pressi di una cava dismessa, ricca di stalattiti e stalagmiti al momento della scoperta nel 1920 e costituisce il più grande ambiente naturale sotterraneo del Lazio.
La grotta Erebus o grotta azzurra fu scoperta nel 1989, essendo celata da una rigogliosa vegetazione, e riscoperta nel 1994 dopo un incendio. La cavità è ricca di concrezioni ed è tuttora in corso di esplorazione. Lungo il sentiero tra boschi di caducifoglie e sclerofille si notano i ruderi della roccaforte romana di “Casaccia dei ladri” rifugio dei briganti e il “sasso di S. Nonnoso”, rupe che la devozione locale sostiene sia stata spostata dal santo per procurare ai monaci il terreno per l’orto.
Il percorso didattico “Le carbonare” predisposto dall’Associazione Avventura Soratte, consente di osservarne i resti e di studiare la tecnica anticamente adottata per la produzione del carbone attraverso pannelli esplicativi sulle attività di produzione del carbone (carbonare) e della calce (calcare). Nel bosco è ricostruita una carbonara composta da una catasta di legna ricoperta di terra e foglie secche su cui vengono praticati fori per il passaggio dell’aria che viene accesa introducendo all’interno tizzoni ardenti e fatta bruciare per 7 giorni, dopodiché si chiudono i fori e si fa raffreddare. Il carbone così ottenuto è di qualità superiore essendo privo di residui tossici.
Le vecchie calcare sono costituite da pozzi profondi alcuni metri all’interno dei quali veniva costruita una fornace con copertura a cupola. La natura friabile della roccia ha consentito al Genio Militare di Roma di scavare nel 1937 una rete di gallerie da utilizzare come rifugio antiaereo per il comando supremo dell’esercito in caso di guerra (ufficialmente il regime sosteneva che vi fosse stata impiantata una fabbrica di armi della Breda).
Chiamate “Le officine protette del Duce”, lunghe circa 5 km, costituiscono una delle più importanti opere di ingegneria militare in Europa, una vera città sotterranea. Nel settembre 1943 il comando supremo delle forze di occupazione tedesche guidato dal feldmaresciallo Kesselring vi si stabilì e la voce popolare dice che vi furono sotterrate casse contenenti l’oro sottratto alla Banca d’Italia e alla comunità ebraica, finora mai ritrovato.
Il complesso, minato prima della fuga delle truppe naziste, visse anni di abbandono e fu durante la Guerra Fredda, nel 1967, che il Genio Militare ne trasformò una parte in bunker anti-atomico, sotto l’egida della Nato, ma i lavori furono interrotti nel 1972.
L’area, acquisita dal comune di S. Oreste, è oggetto di un progetto di recupero per l’allestimento di un museo storico diffuso denominato “Percorso della memoria”. Le visite guidate sono organizzate dall’associazione culturale “Bunker Soratte” che promuove la ricerca storica e percorsi formativi attraverso pubblicazioni, convegni e manifestazioni diffondendo la storia legata al sito con l’intento di costituire una memoria degli eventi connessi alla costruzione e ai suoi utilizzi. Durante il Ventennio il Soratte è stato definito la montagna di Mussolini anche a causa della sua sagoma, che evoca risolutamente il profilo del duce.
L’ascensione alla vetta (691 m da cui lo sguardo arriva fino al Tirreno e all’Amiata) è agevole, attraverso una vegetazione varia e lussureggiante, differenziata in relazione alla composizione del substrato e all’esposizione, che testimonia la costante antropizzazione e si differenzia nettamente dal paesaggio circostante formando un’entità riconoscibile, analogamente alle caratteristiche geologiche, essendo il rilievo composto da sabbie e argille derivanti dai sedimenti marini.
Sul versante nord boschi di cerro, pioppo, carpino nero, salice, leccio, acero, olivo, vite “maritata”, tradizionalmente coltivata utilizzando piante da frutto e piccoli alberi come sostegno; a sud-est piante officinali, macchia mediterranea e fioriture spontanee di elicriso, euforbia, fillirea, orchidea gialla, zafferano, iperico, terebinto.
Dal 1997 costituisce un’Area Naturale Protetta, popolata da volpi, scoiattoli, ghiri, moscardini, ricci, talpe, poiane, gheppi, allocchi, civette, picchi, pettirossi, usignoli, cardellini, capinere, merli, cinciallegre, ghiandaie, tortore, fringuelli, scriccioli, raganelle, ramarri, bisce e anche vipera comune.
Estesa su 444 ettari di territorio di rilevante interesse sia naturalistico per la natura carsica, che storico-monumentale per la presenza degli eremi, è stata inserita nel progetto finanziato dall’Unione europea che prevede la creazione della Carta della Natura per la gestione del patrimonio naturale in Italia (Bioitaly), e costituisce sito di importanza comunitaria.
Il monte Soratte è luogo ideale per gli sport all’aria libera: parapendio, deltaplano, arrampicata libera, corsa podistica, mountain bike, speleologia. Incastonato su un’altura secondaria, il nucleo abitato di Sant’Oreste domina la valle. Al centro storico, di impianto medievale, si accede da tre porte cinquecentesche: Porta Valle, Porta La Dentro, Porta Costa.
Il rinascimentale Palazzo Caccia, attribuito al Vignola, è sede del museo della Riserva, nell’ambito delle linee di sviluppo del progetto RE.SI.NA che tende a far conoscere l’area protetta e i valori naturalistici in essa presenti sviluppando i temi della geologia, antropologia, botanica e zoologia; sull’omonima piazza si affaccia anche l’ex Palazzo abbaziale, divenuto nel 1598 il Monastero Agostiniano di Santa Croce, oggi sede comunale.
Fuori dalle mura sorgono la chiesa di Santa Maria Hospitalis, così denominata essendone stato modificato l’impianto nel 1500 e aggiunto l’ospedale, luogo di accoglienza e assistenza per i pellegrini, con affreschi e rilievi marmorei carolingi e la chiesa di S. Edisto che conserva il campanile romanico.
Tra le varie iniziative di valorizzazione del territorio, il Comune e le locali associazioni culturali, nel segno della tradizione, promuovono la “Sagra dell’asparago del monte Soratte”, che si svolge all’inizio di maggio.
L’evento propone ai visitatori passeggiate storico-naturalistiche, un concorso di fotografia per gli studenti, degustazioni di menù agli asparagi e, a conclusione, “S…poetar cantando”, una performance di menestrelli locali che si esibiscono con versi in metrica barbara, rima, distico elegiaco e tutte le forme poetiche che l’ispirazione suggerisce.
Informazioni utili
Associazione Avventura Soratte – Associazione Proloco di Sant’Oreste – Tel. 0761579895 – 3298194632 www.avventurasoratte.com – www.prolocosantoreste.com
Associazione “Bunker Soratte” – www.bunkersoratte.it – Tel.: 3803838102
Come raggiungere il Soratte in auto: da Roma percorrere la via Flaminia, bivio al km 40 – A1 uscita Ponzano Romano-Soratte in treno: da Roma a piazzale Flaminio treni della Ferrovia Roma-Nord, scendere a Sant’Oreste
Testo e foto di Tania Turnaturi








