Il profilo di Catania si staglia sull’azzurro del cielo con la sagoma dell’Etna, “a muntagna”, che, col pennacchio di fumo o spruzzando saette rosseggianti, sormonta la cintura verde dei giardini baluginanti di dorate perle, che si distendono placidi alle sue pendici. In basso l’azzurro del mare si frange schiumoso sui blocchi lavici, neri e massicci.
Dardeggiata dal sole torrido, Catania è marchiata, nella geografia e nell’urbanistica, dalla nera pietra basaltica: dai faraglioni che fronteggiano i borghi marinari della costa all’architettura monumentale della città che la esibisce nei portali, architravi, modanature di chiese e palazzi.
Di notte, dal mare appare come un’ampia distesa di luci policromatiche mollemente adagiata sull’ultima propaggine dei fianchi meridionali del Mongibello, digradanti fino “agli archi della marina” (come i catanesi chiamano la zona del porto) sovrastata, spesso, dalle lingue di fuoco della fucina del dio Vulcano. La fondano i calcidesi nel 729 a.C. col nome di Katane, dando impulso al commercio e all’agricoltura con le coltivazioni di melograno, mandorlo, vite e ulivo; caduta sotto il dominio di Siracusa diventa Aitna e perde la sua autonomia.
Del periodo romano restano l’anfiteatro, gli edifici termali dell’età augustea, e la diffusione del latifondo che molti squilibri arrecherà nei secoli all’economia dell’isola. Gli arabi nel IX sec., trovano un’isola fertile dal clima mite, adatta alle colture che apporteranno benessere economico: arancio amaro, limone, canna da zucchero, cotone, carrubo, palma, gelso, sommacco. I normanni, insediatisi nel 1071, edificano la cattedrale e svariati monasteri e introducono la coltivazione dell’indaco.
Gli aragonesi trasferiscono nella città la corte, evento propulsore di benessere culturale ed economico che le dominazioni successive non riusciranno a preservare, trascinando l’isola in una lunga decadenza. L’Etna, sorto da eruzioni sottomarine che hanno dato origine anche alla Piana di Catania, è un vulcano attivo che, nelle sue periodiche emissioni, spesso ha travolto i centri abitati.
Tuttora le popolazioni etnee possono saggiare l’umore del maestoso gigante scrutando il suo profilo: fuma, erutta, dardeggia, schizza o … dorme! Per Catania è il 1669 l’anno in cui viene invasa dal torrente di lava e il devastante terremoto del 1993 la distrugge totalmente. Dopo questi eventi nefasti la città rinasce con un nuovo assetto urbano nello stile architettonico dell’epoca, quel barocco che fa oggi di Catania un sito patrimonio Unesco.
Piazza Duomo, simbolo del potere laico e religioso, è il cuore del centro cittadino, progettata dall’architetto che presiedette alla ricostruzione settecentesca, G.B. Vaccarini, autore anche della fontana dell’elefante, ispirata all’opera di Bernini in Piazza della Minerva a Roma. L’elefante (‘u liotru) in pietra lavica che sostiene un obelisco egittizzante in granito culminante con un globo circondato dalla foglia di palma e gigli, ispirati alla patrona Sant’Agata, è il simbolo della città.
La piazza è dominata dalla facciata del duomo, che conserva le absidi in lava della costruzione normanna e tratti del basamento delle colonne nell’interno, dove su un pilastro si appoggia il monumento funebre all’illustre figlio Vincenzo Bellini.
La cappella in fondo alla navata laterale destra custodisce il tesoro e le reliquie di S. Agata. Sulla destra del sagrato si accede alle Terme Achilliane, strutture termali databili al IV sec. Rivolta verso il fianco sinistro del duomo, in posizione leggermente arretrata, un’altra opera del Vaccarini dalla facciata curvilinea chiude lo scenario: la Badia di S. Agata. Sul lato sud, fa angolo con il duomo Porta Uzeda, aperta dopo il terremoto del 1693 nelle mura medievali, oltrepassata la quale, costeggiando gli imponenti bastioni punteggiati di ristoranti, lo sguardo è catturato da putti, racemi e volute che incorniciano le finestre della lunga terrazza del più bell’edificio civile della città, Palazzo Biscari.
Edificato dopo il terremoto, raggiunse il massimo splendore con Ignazio Biscari, amante delle arti e delle lettere, che vi insediò il museo archeologico. Un ricco portale immette in un cortile da cui si diparte una scala a tenaglia che conduce alle sale di rappresentanza e al salone delle feste ornato di stucchi e affreschi, col soffitto cinto da un ballatoio che ospitava i musicisti, dando la sensazione che la musica scendesse dal cielo.
Riattraversata Porta Uzeda e oltrepassato il Palazzo Vescovile, l’angolo della piazza è chiuso dalla Fontana dell’Amenano, chiamata dai catanesi “acqua a linzolu” per l’effetto cascata che produce scendendo dalla vasca superiore per riversarsi nel fiume sottostante che scorre sotterraneo ed è visibile solo in quel punto; oltre si apre la Pescheria, ogni mattina animata dal vivacissimo e pittoresco mercato, un’autentica attrazione! Sotto gli enormi ombrelloni rossi nel fresco del tunnel delle mura di Carlo V, si allineano i numerosi banchi di marmo o di pietra traboccanti di pesci di ogni dimensione, forma, colore; alcuni guizzano e saltano dentro le vasche piene d’acqua, altri restano immobili e fissano con l’occhio ancora vivo.
L’odore penetrante si infiltra tra la brulicante orda umana mista al vocio continuo e melodioso che invita all’acquisto col cantilenante accento siciliano, magnificando la bontà del pescato: il grosso pesce spada dalla viva colorazione rosata, il minuscolo neonato per le frittelle, spigole, vongole, gamberi, ricci di mare, seppie, fasolari, mazzancolle, e tutto quello che il pescoso Jonio offre. Sul lato settentrionale, all’angolo di via Etnea, si presenta l’elegante prospetto del Palazzo Senatorio o degli Elefanti, oggi sede del Comune, che espone nella corte due berline del Senato su cui sfilano le autorità nella festa di S. Agata.
Costeggiando il Municipio, la via Vittorio Emanuele II si espande sulla destra in piazza S. Francesco, su cui prospetta la casa natale di Bellini oggisede del museo belliniano, da cui si diparte via Crociferi, il salotto del barocco catanese, incorniciata dall’arco di S. Benedetto, fiancheggiato dalle Badia Grande e Badia Piccola. Sulla sinistra le chiese di S. Benedetto su una scenografica scalinata racchiusa da una grata in ferro e S. Francesco Borgia ripristinata nelle originarie forme seicentesche, separate da una stretta via chiusa sul fondo da Palazzo Asmundo.
Sulla destra la facciata convessa di S. Giuliano, in cui si riconosce la mano del Vaccarini. Funge da fondale il fastoso cancello di Villa Cerami, oggi sede della facoltà di giurisprudenza.
Girando a sinistra in via dei Gesuiti, sul fondo si apre l’ombrosa e scenografica esedra barocca di piazza Dante, dominata dalla monumentale chiesa benedettina di S. Nicolò l’Arena con l’incompiuta facciata neoclassica scandita da otto colonne prive di trabeazione. Nell’impianto dell’architetto Contini, discepolo del Bernini, chiamato ad erigere la nuova chiesa in sostituzione di quella cinquecentesca molto danneggiata, le enormi proporzioni, che ne fanno uno dei più grandi edifici di culto della Sicilia, dovevano attestare la potenza del cenobio catanese.
L’edificio, infatti, subì tutti i cataclismi che nel corso dei secoli colpirono la città, compresi quelli dell’ultima guerra, i cui lavori di recupero e consolidamento sono tuttora in corso. Il colossale interno a croce latina con tre navate e cappelle laterali, conserva nella cantoria un organo la cui costruzione durò dodici anni; alimentato da sei mantici, è composto da 2916 canne in legno e lega di stagno, cinque tastiere e settantasei registri, in grado di riprodurre qualunque suono, perfino la voce umana.
Dietro l’abside maggiore è collocato il Sacrario dei caduti. Lungo il transetto è tracciata una grande meridiana del 1841 disegnata da Peters e Sartorius con figure zodiacali, di grande precisione. A sinistra della chiesa tutto il repertorio decorativo tardo barocco e churrigueresco di volute, fiori, frutta, mascheroni, putti adornanti finestre e balconi e una frangia di conchiglie e volute che pende dal cornicione, esplode oltre il muro di cinta del monastero, oggi sede della facoltà di lettere, per estensione il secondo complesso monastico d’Europa.
Fondato nel XVI sec. dalla comunità monastica di Nicolosi rifugiatasi entro le mura del capoluogo per sfuggire alle eruzioni e ai briganti, non poté sottrarsi all’eruzione del 1669 e al terremoto del 1693 che ne provocò il crollo e la morte di quasi tutti i monaci.
La ricostruzione avvenne su un impianto più grandioso e monumentale, con l’aggiunta di un altro chiostro e la realizzazione degli intagli in pietra dei prospetti principali e il risanamento del quartiere circostante. Con la soppressione delle corporazioni religiose nel 1866 il complesso passò al demanio finché, compromesso dagli svariati usi civili succedutisi, nel 1977 è stato ceduto all’Università.
Addossati al muro di cinta, sono collocati i locali di servizio, scuderie, stalle e carretterie. Il complesso, definito da Patrick Brydone la “Versailles siciliana”, presenta nel piano basso una serie di porte che si aprono direttamente sul cortile, registro costruttivo estraneo alla tradizione religiosa, ma realizzato allo scopo di allineare il secondo piano al banco lavico retrostante sul quale si doveva appoggiare l’altra ala del convento, secondo l’ambizioso progetto.
Sia il primo che il secondo piano, sui lati che fiancheggiano i due vasti chiostri interni, presentano lunghi corridoi su cui si affacciano le celle. Tutti questi ambienti oggi sono destinati alle aule della facoltà di lettere o agli studi dei professori. La biblioteca universitaria e le sale di lettura sono collocate negli estesi sotterranei, dove si possono visitare, camminando su strutture sospese, le fondazioni cinquecentesche adibite dai monaci a magazzini per le derrate alimentari e, nell’emeroteca, i mosaici di una domus romana del II sec. riportati alla luce negli anni ottanta, accompagnati dalle ottime guide dell’Associazione Officine Culturali.
L’antica cucina e le sottostanti cantine costruite sul banco lavico costituiscono il Museo della Fabbrica dove è possibile rilevare le tecniche e i materiali di costruzione, evidenziati dall’intervento di recupero dell’Ufficio Tecnico d’Ateneo, e dove è possibile anche rilevare le tracce dell’Osservatorio astrofisico e meteorologico che vi ha avuto sede. Nella sala ovale del refettorio tutta bianca, con l’unica decorazione della Gloria di S. Benedetto sulla volta, è ubicata l’Aula magna.
L’antica Sala Vaccarini rivestita di scaffalature lignee e il refettorio piccolo ospitano le Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero che comprende la raccolta benedettina di incunaboli, cinquecentine e pergamene, le acquisizioni degli ordini soppressi e vari lasciti. Dalle gelosie poste nel Coro di Notte (dove si recitava la liturgia delle ore, oggi sala convegni), che si affacciano sull’abside di S. Nicolò, i monaci infermi potevano assistere alle funzioni, ammirando l’organo e la meridiana. Scendendo verso via Vittorio Emanuele, lunghissima arteria che dal mare si dirige verso ovest, dal portone di un edificio settecentesco si fa un tuffo nell’archeologia.
Il complesso del teatro romano e dell’odeon sorto sulle propaggini meridionali della collina di Montevergine, sede della colonia di Katane, è stato oggetto di ricerche archeologiche iniziate dopo il 1750 dal principe di Biscari. Edificato in pietra lavica nel I sec. d.C. su una preesistente struttura greca del V sec a.C. costruita con blocchi di arenaria, nel Medioevo venne ricoperto di modesti edifici che per secoli ne nascosero la vista, mentre l’odeon, destinato ai cori e ai concorsi musicali, venne utilizzato come bottega e stalla, fino all’inizio del 1900.
La parte inferiore della cavea poggia sul pendio naturale, la parte superiore è sostenuta da poderosi muri attraversati da ambulacri collegati da scale e muniti di accesso (vomitoria) ai diversi settori. Lo spazio dell’orchestra è spesso allagato da una risorgiva del colle Montevergine.. Le campagne di scavo concluse da alcuni anni hanno mantenuto alcune sezioni degli edifici a testimonianza della storia del sito. Anche i resti dell’anfiteatro romano in pietra lavica, sono stati in parte riportati alla luce nel 1900, a piazza Stesicoro, delimitata sul lato ovest dalla chiesa di Sant’Agata alla Fornace, sorta sul luogo dove la giovinetta è stata martirizzata.
Alle sue spalle sorge la piccola chiesa di Sant’Agata al Carcere costruita sui resti del bastione del santo carcere lungo le cinquecentesche mura di Carlo V, con facciata barocca e portale romanico pugliese in marmo bianco, unico esempio in Sicilia. Salendo per l’ombreggiata via Santa Maddalena, su una piazzetta si affaccia Sant’Agata la Vetere, costruita nel 264, più volte distrutta e ricostruita dopo il 1693 con prospetto in muratura delimitato da bianche paraste, cattedrale della città fino al 1094.
Da piazza Duomo il lungo rettifilo di via Etnea, la strada della ricca borghesia che nell’800 vi edificò le proprie residenze, sembra ascendere verso la vetta del vulcano racchiuso nella cornice delle facciate tardobarocche che si susseguono lungo i quasi quattro km del suo tragitto. Di fronte all’ingresso di Villa Bellini, la storica pasticceria Savia prende per la gola con cannoli di ricotta, cassate, paste di mandorla, biancomangiare, frutta martorana, arancine di riso, realizzati ancora secondo le ricette conventuali.
L’isola, nei secoli crocevia dei popoli, mantiene nella varietà delle sue pietanze, ricche di spezie e aromi, i retaggi delle differenti influenze culturali, mentre nell’aria aleggia profumo di origano, basilico, finocchietto selvatico, rosmarino. L’alimento principe è il pane, spesso spolverato di semi di sesamo, condito appena sfornato con olio, origano e pomodoro (pane cunsato).
Nella cucina catanese domina la melanzana che trionfa nella parmigiana, nella caponata o nella pasta alla Norma, decorata con due foglie di profumatissimo basilico e condita con un filo d’olio degli ulivi introdotti nell’isola durante la dominazione spagnola.
Informazioni Utili
Officine Culturali effettuano visite guidate del Monastero dei Benedettini, ogni ora – Piazza Dante, 32 – 95124 Catania www.officineculturali.net – Tel.: 0957102767 – 3349242464







