Acropoli e tufo che conservano la vita
ll Parco Regionale Valle del Treja prende il nome dall’omonimo fiume che lo percorre al centro di aspre e verdeggianti forre tufacee. Esso è situato nel Lazio a nord di Roma nel territorio dei comuni di Mazzano Romano e Calcata: occupa complessivamente una superficie di circa 1000 ha. ed è amministrato da un consorzio tra i comuni di Mazzano Romano e Calcata.
La maggior parte del territorio del Parco si estende nel medio tratto del fiume Treja , rappresentato dalle gole e dallo stretto fondovalle ricoperto da una ricca vegetazione arborea. Fanno eccezione i rilievi di Narce, M.te Li Santi e Pizzopiede, per lo più incolti ed utilizzati a pascolo. La pianura circostante la valle è coltivata a serninativo: orti, vigneti, uliveti e noccioleti che ne ordinano il disegno fino al margine delle pareti arborate della forra.
Gli scopi istitutivi di quest’area protetta possono sintetizzarsi in alcuni punti fondamentali: tutelare e conservare il patrimonio naturale in tutti i suoi molteplici aspetti, con particolare riferimento alla flora, alla fauna, alle acque, ai boschi e al suolo; valorizzare le risorse ai fini di una razionale fruizione da parte dei cittadini; promuovere attività turistico-educative per una più diffusa coscienza ambientale.
Geologia e morfologia
L’origine e l’evoluzione geologica della Valle del Treja è strettamente legata ai fenomeni eruttivi degli apparati vulcanici Vicano e Sabatino che nel quaternario alternarono le loro attività esplosive.
Durante le esplosioni vulcaniche localizzate nei centri eruttivi di Vico, Sacrofano, Baccano e nei din?torni del Lago di Bracciano le miscele di gas e fluidi (magma) si aprirono la via verso la superficie fino a proiettare all’esterno, con grande violenza e a grande distanza, enormi quantità di materiali che accumulandosi e cementandosi hanno dato origine agli attuali banchi di tufo presenti nel Parco.
Ceneri, lapilli, scorie si vennero perciò accumulando man mano, intervallati da periodi di quiete, sui sedimenti marini e fluvio-lacustri preesistenti ed oggi messi in luce dall’erosione del fiume Treja nella parte medio bassa del suo bacino.
Tufi con inclusi lavici e pomicei, pozzolane, ignimbriti dal colore rossastro e giallastro e pomici sono perciò largamente rappresentati nell’area del Parco con intercalati localmente depositi diatomeiferi (alghe unicellulari microscopiche dal guscio siliceo), testimoni di piccoli invasi lacustri formatesi tra un’eruzione e l’altra. Durante il lungo periodo di intensa attività vulcanica (circa 400.000 anni) i processi di erosione fluviale ed eolica, l’azione divaricatrice della vegetazione arbustiva, nonché quella del gelo e del disgelo, hanno modellato lentamente ma inesorabilmente il paesaggio.
L’attuale quadro morfologico dell’area del Parco presenta motivi ricorrenti lungo le profonde incisioni del Treja, del fosso della Mola e del fosso della Selva. L’aspetto più singolare è costituito dall’andamento “meandreggiante” del Treja proprio nel tratto compreso tra Mazzano e Calcata. L’altitudine varia da 224 m s.l.m. (Pizzopiede) a 76 m s.l.m. (fiume Treja a Cerasolo).
Mazzano Romano
La struttura medioevale del borgo di Mazzano è tuttora ben riconoscibile. Il castello è isolato da ogni parte dalla gola del Treja ed accessibile soltanto da un ingresso voltato, più recente del XVII sec., con sopra inciso lo stemma dei Biscia.
Percorrendo la via che ad anello ne fa il giro sulla quale si aprono stretti vicoli si possono riconoscere i resti di antiche torri, di bifore e stemmi di antiche famiglie. Nella piazza dell’Antisà sono visibili i resti del coro dell’antica chiesa di San Nicola del secolo XVI, attribuita al Vignola, demolita dal Genio Civile nel 1940 perché una parte essenziale della navata minacciava di crollare e precipitare a valle.
Dall’altra parte della piazza si erge imponente l’antico palazzo baronale appartenuto a Dolce ed Everso degli Anguillara (sec. XV). Fuori del castello, sulla piazza del borgo, da visitare la chiesetta di San Sebastiano con affreschi del XVI sec. Di particolare interesse è la presenza nei pressi del paese di una fornace per la produzione di tegole e coppi lavorati a mano secondo le antiche usanze di un tempo.
Calcata
Calcata è un piccolo borgo a 40 km a nord della capitale che nel tempo ha saputo conservare e rivitalizzare il suo antico patrimonio culturale e naturale.
L’agglomerato è forse uno dei migliori esempi di piccolo abitato fortificato medioevale oggi esistenti in Italia. Sorge su una rupe tufacea in un’area di vegetazione lussureggiante, ricca di fauna grazie al torrente Treja che la cinge e da cui, come già detto, prende il nome la valle.
Le case sembrano nascere dalla roccia che s’innalza isolata in forma di tamburo circolare, traforato qua e là da antiche abitazioni trogloditiche. Al borgo si entra tramite una doppia porta ad arco sovrastata dalle mura merlate del palazzo baronale degli Anguillara, restaurato di recente.
Calcata in seguito ad ampi crolli della rupe, venne abbandonata dagli abitanti e, a somiglianza dei grandi centri storici cittadini, ha conosciuto in questi ultimi decenni una vera e propria rivoluzione demografica: gli indigeni si trasferirono a valle dove ricostruirono il paese. Ma la vecchia Calcata, spopolata e quasi morta, venne riscoperta dagli artisti che pur di vivere in un luogo tranquillo erano disposti a rinunciare a qualche moderna comodità.
Le case di tufo rosso della vecchia cittadella sono popolate da intellettuali, pittori, scultori, scrittori e artigiani che hanno portato una ventata di gioia di vivere vagamente bohemien, le cui radici cosmopolite hanno sviluppato e soprattutto favorito l’incontro tra diverse culture. Dalla piazza si dipartono le consuete stradine e angusti percorsi sulle quali si affacciano piccole e interessanti botteghe artigiane: restauro mobili, artigianato del cuoio, della ceramica, del vetro, trovano qui l’ambiente più congeniale.
Non è difficile incontrare all’aperto ceramisti che offrono i loro manufatti o donne intente a selezionare peperoncino o finocchietto selvatico per farne mazzetti da offrire al visitatore, soprattutto domenicale. Ci sono caffè nei quali si respira aria parigina da belle epoque o sale restaurate con travature antiche sotto cui è possibile in ogni periodo dell’anno assistere a concerti, presentazioni di libri, conferenze e mostre d’arte.
Il Palazzo Baronale degli Anguillara si affaccia sulla piazza Vittorio Emanuele II ed è stato nella vita del paese il punto centrale di riferimento della comunità. Questo palazzo grazie alla generosità dei proprietari, la Famiglia Ferrauti, ospitava la Scuola Elementare, l’Ambulatorio Medico e l’Ufficio Postale. Nella Sala di rappresentanza del Palazzo si sono anche tenuti i pranzi di nozze di quasi tutti i cittadini per generazioni.
Nella Piazza al numero civico 5 è il Palazzo che ospitava il Municipio di Calcata, oggi sede del Centro Visite del Parco Valle del Treja. Nel borgo ancora tutto si muove con religioso silenzio e le stradelle silenti, simili a fenditure che fronteggiano le abitazioni di pietra e tufo, erano il mezzo più breve da cui far pervenire dalle finestrine ad una sola anta, senza scendere in strada, le spezie che mancano alle massaie dirimpettaie durante la preparazione dei cibi.
Ogni fessura e porta sono perennemente addobbate con prodotti tipici del luogo, quasi in attesa di una processione solenne per un diuturno ringraziamento. Si entra da una grande porta che immette, con un arco a tutto sesto, su una breve ma ripida salita per arrivare sulla piazza del Comune e la chiesa.
Alcune enormi pietre fungono da scranni. Nella loro regalità forse non è difficile immaginare re Artù che chiede notizie di Ginevra ai pellegrini, mentre l’amore di sir Lancillotto si perde melanconico e nostalgico per le gole rupestri del Treja. Si esce dalla stessa porta che non permette a due macchine di potervi transitare: questo evita traffico e rumore. L’aria è perennemente tersa e odorante, nonostante che i piccioni convivano serenamente in simbiosi con chi gli offre cibo e protezione.
Tutto il resto è incanto e favola raccontati sopra una rupe che di notte si volge al celo con i tetti che amoreggiano con la luna, i cui dorsali aggregano coppi, quasi tutti antichi ed erosi dalla pioggia e dal vento, per sfidare ancora le intemperie e le dicerie di quanti vogliono Calcata morta. Vista dalla strada sottostante appare improvvisamente superba come un’acropoli nella quale mancano dei, miti e leggende. Ma vive e sfida i secoli, quasi ara su cui le stagioni millenarie hanno immolato disgregazioni e ferite strutturali, certamente per secoli ancora non letali.
A Calcata mancano gnomi, fate, maghe e streghe. Ma tutto questo, se il visitatore sa leggere negli umori che il borgo emana e nelle sensazioni che il medesimo costantemente trasmette, si può immaginare rivivendo un esodo che è stato più un sortilegio della natura che una cacciata vera e propria dall’eden, da questo operoso giardino-roccaforte a misura d’uomo, nel quale si respira bellezza ambientale senza frastuoni o clangori usuali, intrisi ed avvolti soltanto da gioia e serenità.
Aspetti vegetazionali e faunistici
Gran parte del territorio del Parco è coperto da boschi che si estendono per una superficie di circa 500 ha. Vista dall’ alto questa vegetazione appare come un lungo e serpeggiante nastro verde che interrompe la geometria dei circostanti campi coltivati. Varie sono le strutture vegetazionali riconoscibili all’interno del Parco, tra queste la più comune è rappresentata da boschi costituiti in prevalenza da cerro e farnetto e subordinatamente da ligustro, acero, carpino e nocciolo.
Questi boschi, che in passato hanno subito profonde trasformazioni dovute all’attività umana, conservano tutt’oggi il fascino delle boscaglie impenetrabili e delle selve che un tempo ospitavano l’antico popolo falisco. Un altro tipo di vegetazione ben riconoscibile è rappresentato dalla cornice quasi continua di lecci che orna la sommità delle pareti verticali di tufo. Questa specie tipica della vegetazione mediterranea la si trova per lo più associata all’erica e al corbezzolo, soprattutto nei versanti meridionali dove il tufo si infuoca al sole. Il fiume e le pareti di tufacee ospitano inoltre interessanti cenosi acquatiche, ripariali e rupestri.
La vegetazione arborea e arbustiva delle ripe tende spesso a formare un agglomerato a galleria costituito da: pioppi, salici, ontani, olmi, corni oli e sanguinelli. Di particolare rilievo tra la flora locale si segnala la presenza di diverse specie di orchidee che ornano il sottobosco nel periodo primaverile. In uno scenario così ricco di vegetazione, punteggiato da numerose sorgenti perenni, la fauna vanta numerose specie.
Topi selvatici ed insettivori, talpe e toporagni popolano il bosco un po’ ovunque. Tra i predatori si segnala la presenza della volpe, la faina, la martora, la puzzola, la donnola e molto probabilmente il gatto selvatico. Altri mammiferi che meritano di essere ricordati sono il tasso e l’istrice e tra gli ungulati il cinghiale.
Numerose le specie di uccelli legate all’ambiente boschivo.
Tra i rapaci diurni e notturni bisogna segnalare la presenza del nibbio bruno, della poiana, i numerosissimi gheppi, lo sparviero, il raro lanario, l’allocco, il gufo comune, la civetta, e il barbagianni. Frequentano inoltre abitualmente il sottobosco l’usignolo, lo scricciolo e il merlo, mentre le cince, il cuculo, la ghiandaia e il rigogolo preferiscono le chiome degli alberi.
Tra i rettili si segnala la presenza della tartaruga terrestre, del biacco, del cervone e della vipera aspis.
Il fiume
Le acque del fiume Treja scorrono per lo più su terreni di origine vulcanica e ricevono l’apporto di numerosi ruscelli. Tra questi ricordiamo il fosso della Mola e il fosso denominato Fosso del Peccato: quest’ultimo nonostante le modeste portate ha scavato col tempo nei teneri ed erodibili tufi una gola dalle pareti verticali dall’aspetto assai suggestivo.
Lungo il corso del Treja scrosciano le acque delle numerose cateratte e cascate delle quali la più nota è situata in Località Monte Gelato che, con l’omonima mola adiacente, da luogo ad uno scenario di irripetibile bellezza. Nei brevi tratti in cui il fiume allarga il proprio letto, le acque scorrono lente e tra maestosi esemplari di pioppi, olmi, ontani e salici la grande varietà di acque del fiume. Tra gli Osteiui troviamo inoltre il cavedano, il vairone, il triotto, il barbo e il ghiozzo. Occasionalmente si può osservare la nutria sfuggita agli allevamenti per i quali è stata imprudentemente importata nel nostro paese, nel quale non è certo autoctona.
Il gambero di fiume si nasconde sotto i sassi e tra le rive coperte di equiseto (pianta le cui origini risalgono al Carbonifero) non è difficile vedere il raro e caratteristico granchio di fiume un tempo ricercato, ed appetito per le sue carni di ottima qualità. Frequentano poi le acque e i loro dintorni numerosi uccelli: ballerina bianca e gialla, gallinella d’acqua, gruccione usignolo di fiume, lo splendido martin pescatore e, di recente, sono state avvistate due coppie di aironi. Il vivacissimo merlo acquaiolo trova qui il suo autentico habitat d’elezione.
Archeologia
La grande estensione delle numerose necropoli (dal IX-VIII sec. a.C. fino al IV-1lI sec. a.C.) della Pietrina, Pizzopiede, Monte Cerreto, Monte Le Croci, Monte Li Santi, Morgi ecc., attesta la presenza di un centro di rilevante importanza e grandezza, che molti ritengono potesse essere l’antica Fescennium, il cui nucleo più antico è stato individuato ai piedi del colle di Narce. Principale centro della parte meridionale dell’ Agro Falisco, ossia di quel territorio abitato da popolazioni che parlavano un dialetto latino, l’abitato si estese da Narce fino a comprendere anche la collina di Monte Li Santi e quella di Pizzopiede.
Dopo alterne vicende che videro le popolazioni falische schierate al fianco degli Etruschi contro le mire espansionistiche dei romani, l’Agro Falisco cadde definitivamente sotto l’influenza romana nel 241 a.c. I numerosi reperti rinvenuti nelle necropoli sparse in tutto il territorio del Parco e nelle sue immediate vicinanze testimoniano una grande vivacità ed originalità culturale riscontrabile nell’uso di seppellire i morti in tronchi d’albero opportunamente scavati e nelle produzioni di una ceramica d’impasto con decorazione graffiata o excisa.
Attualmente gran parte degli oggetti recuperati nelle numerose campagne di scavo condotte dalla fine dell’ 800 fino ai nostri giorni sono esposti al Museo di Civita Castellana e al Museo Nazionale di VilJa Giulia a Roma. Ancora oggi nel Parco è possibile ammirare i resti di numerose tombe, delle vie di comunicazione, dei cunicoli costruiti a scopo idraulico e delle fortificazioni erette a difesa dell’antica città falisca.
Ai piedi dell’altura di monte Li Santi, a pochi metri dalla sponda destra del Treja, sono visibili i resti di un edificio monumentale adibito probabilmente al culto della fertilità femminile. Del periodo medievale, oltre ai centri storici di Mazzano e di Calcata, sono le due torri di Montegelato restaurate di recente e il vicino Castellaccio, S. Mari Castelvecchio e, poco oltre, il castello diruto dell’ Agnese.
Come arrivare a Calcata
La strada più bella e panoramica da percorrere da Roma per andare a Calcata è quella che parte da Prima Porta, direzione Sacrofano, passando per Magliano Romano e quindi Calcata.
Da Nord, autostrada A1 – uscita al casello di Magliano Sabina, imboccare la SS 3 Flaminia in direzione Roma, seguire poi le indicazioni per Faleria- Calcata.
Da Est o da Sud, autostrada A1 fino al G.r.a. Da Roma G.R.A.: uscita 5 – SS 2bis Cassia V.(Veientana), imboccare l’uscita per Mazzano Romano e seguire le indicazioni per Calcata. Oppure via Flaminia in direzione Civita Castellana fino a Rignano Flaminio, poi seguire le indicazioni per Faleria – Calcata.
Volendo evitare il G.r.a.: bretella verso A1 direzione Firenze, poi uscita Magliano Sabina.
Da Viterbo seguire la S.s. 2 Cassia o la più panoramica Cassia Cimina in direzione Roma, superare Monterosi, uscire a Mazzano Romano – Trevignano e seguire le indicazioni per Calcata.
Testo e foto di Guerrino Mattei







