Ciociaria, terra affascinante e segreta, rivela goccia a goccia le sue meraviglie frutto della perseverante tenacia di uomini che per secoli sono rimasti fedeli al proprio territorio curandolo con amore.
A Onthe Road lla scoperta di borghi suggestivi e poco conosciuti mi avventuro a San Donato Val di Comino (in provin- cia di Frosinone), nella misteriosa terra della Ciociaria. Luogo incantevole, incastonato nel verde del versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, e ricco di ulivi la cui coltivazione è sviluppata dai monaci fin dal Medioevo, è godibile e frequentato in ogni stagione anche se nei mesi estivi più numerosi sono i discendenti di emigranti, memoria di epoche di indigenza, e i turisti alla ricerca della gradevole frescura della zona viste anche le numerose e allettanti mete all’interno del Parco.
Sito a 728 metri, San Donato si aggrappa al declivio da così tanti secoli da contendere ad Alvito l’identificazione con l’antica città sannitica di Cominium rasa al suolo nel 293 a.C. durante la terza guerra sannitica come testimoniano gli storici antichi. Un insediamento abitato fin dalla preistoria da popolazioni fiere che nei millenni hanno visto transitare in questa “terra di passo” eserciti, mercanti, pellegrini e monaci. Il nome di Comino indica dal Medioevo la valle che corrisponde all’alto bacino del fiume Melfa, tributario del Liri attraverso la gola del Monte Cairo.
La nascita di San Donato sarebbe tuttavia legata al culto importato dal Ducato longobardo di Spoleto per l’omonimo santo, vescovo di Arezzo, martirizzato nel 304 d.C. Nella ‘Donazione di Ildebrando’ (duca di Spoleto) all’Abbazia di San Vincenzo al Volturno nel 778 per la prima volta viene citata la “Chiesa di San Donato in territorio Cumino” intorno a cui sorgerà il borgo fortificato di Castrum Sancti Donati.
Oltre a subire l’influenza di questo importante monastero benedettino e di quello di Montecassino, San Donato entra nell’ambito del Regno dei Normanni e poi degli Svevi mentre si succedono al potere influenti famiglie che se lo contendono tra cui i Conti d’Aquino a cui appartiene San Tommaso. Passa infine all’Italia non senza problemi come quello annoso del brigantaggio aggiungendo peraltro al suo nome grazie a Vittorio Emanuele II – ‘Val di Comino’. Malgrado i numerosi rimaneggiamenti, vi si possono riconoscere almeno in parte le antiche strutture urbanistiche tra cui quella secentesca che aveva visto San Donato allargars dal Castello, la parte più antica cinta di mura e torri, fino alla Valle.
Per scoprire il fascino di questo borgo dalle case raccolte e pregne di storia aggrappate alle pendici ricche di faggi ci si può abbandonare al caso vagando come in un labirinto, senza timore di perdersi, tra stradine strette, vicoli ripidi, scalinate e scalette, inoltrandosi attraverso passaggi coperti – spuort’ in dialetto caratterizzati da travi in legno e pitture alle pareti, deliziose quelle che raccontano la vita di Fra’ Tommaso, fino a sbucare in incantevoli piazzette. Punto di riferimento l’imponente Torre quadrata (XIII secolo) della rocca, unico eroico retaggio – orientato secondo le declinazioni del sole come una bussola – in mezzo alle mura medievali dei potenti Conti d’Aquino.
E camminando a testa alta, senza perdere di vista la strada, occhieggiare le chiavi di volta dei palazzi con simboli e armi del passato e i mascheroni scolpiti sui portali con lo scopo di allontanare (insieme alla scopa di saggina e al sacchetto di miglio posti dietro la porta d’ingresso) i “monacelli” (m’naciegle): secondo una credenza tipica dell’area meridionale della Penisola una sorta di folletti locali paffutelli e portati alla burla con indosso una tunica con cappuccio da frate.
Si tratterebbe dei fantasmi di bambini morti (testimonianza della piaga della mortalità infantile in un passato non così lontano) legati alla famiglia da cui provengono e incapaci di lasciarla tanto da seguirla anche nei traslochi… Le ferite inflitte dal sisma non così lontano sono state curate e ovunque aleggia una misteriosa intimità. Soffia un vento fresco, ma la tortuosità dei vicoli lo smorza e quasi lo annulla: anche gli uomini del passato avevano trovato il modo ingegnoso di difendersi non solo dai nemici, ma anche dalle intemperie e qui potevano svolgervi con tranquillità attività artigianali quali la lavorazione dei panni di lana e oggi quella di scalpellini. Singolare lungo Via Maggiore la “Pietra dello scandalo” (XVI secolo) dove vi si sedeva il debitore insolvente. Così gironzolando appare in una piazzetta il Santuario di San Donato molto rimaneggiato derivando dall’antica abbazia del 778.
Oggi, pur conservando la struttura originaria in tre navate, ha un aspetto sette-ottocentesco con dorature, fregi, stucchi e affreschi di Gaspare Capricci che raccontano il martirio del vescovo aretino. Meritano un occhio attento la Porta dell’Orologio (XIII secolo) con il fremito di paura che suggeriscono le tre croci memori secondo la leggenda dell’impiccagione di tre briganti nel XVI secolo e l’Arco di San Donato (XIV secolo) con il suo bel sesto acuto e giù giù fino al Duomo di Santa Maria e San Marcello a pianta basilicale e dall’elegante stile barocco essendo stata ampliata nel ‘700 la struttura trecentesca: colpiscono al suo interno il pregevole organo a canne della bottega dei Catarinozzi di Subiaco e l’artistico coro. E dal passato emergono testimonianze di opulenza numerose dimore come il bel Palazzo Quadrari dalla facciata vanvitelliana con le curiose epigrafi romane lungo la parete dello scalone, Palazzo Tata-Perrelli, rara testimonianza asburgica nel sud della Penisola, fino all’ottocentesca Villa Grancassa poi divenuta albergo.
Non solo intriganti pagine di storia in questo delizioso borgo, ma infinite altre sorprese come grazie a un insieme di fattori geografici favorevoli tra cui l’aria secca dei venti settentrionali la possibilità di praticare uno sport emozionante come il deltaplano in località Tre Ponti, a quota 1100 metri, dove ci sono una pedana per il decollo e maniche a vento. Fantastica opportunità per molti, ma non per me che, malgrado i ripetuti inviti, ho declinato cortesemente nascondendo dietro la struttura fisica non così sottile un atavico e connaturato timore per la mancanza di terra sotto i piedi. Poi ho ancora molto da vedere e scoprire: sembra incredibile, ma in un luogo così piccolo ci sono ben due Musei.
Indubbiamente San Donato è sito in un ambiente fortunato oltreché interessante dal punto di vista geologico, encomiabile perciò la presenza nell’ala del 500esco Convento dei Francescani del Museo geologico e centro di cultura ambientale, un complesso con valenza anche didattica per scolaresche e gruppi allo scopo di fare approfondire le conoscenze scientificoantropologiche del territorio e insegnarne il rispetto. Molto curato anche dal punto di vista didascalico e organizzato per aree tematiche il Museo della civiltà contadina che permette di conoscere le antiche usanze rurali di quando la famiglia si ritrovava la sera dopo le fatiche delle varie attività manuali a riscaldarsi alla luce del ‘ciocco ardente’ e della cultura contadina fatta di valori veri e affetti, mediati anche da leggende e storie di eroismi nell’affrontare nemici e animali selvatici.
Si susseguono testimonianze della presenza dell’uomo dall’epoca preromana fino alla ricostruzione degli ambienti tipici di un casolare e ai numerosi attrezzi, ormai desueti, relativi a varie attività agricole tra cui la produzione dell’olio e del vino, oltre a una sezione dedicata all’elegante e sobrio costume locale: la pacchiana sfoggiata pure dalle bambine. E in un ambiente in cui massimo è il rispetto della tradizione anche quella culinaria riserva sorprese e leccornie di ogni genere. Lo stesso olio, come accennato, non solo è presente grazie ai monaci che lo producevano nei terreni intorno alla Torre, ma vi si trova una cultivar come l’oliva marina importata dalla Spagna nel XVI secolo per opera della famiglia De Marina.
L’altitudine oltre i 700 metri fa sì che non siano necessari trattamenti chimici per cui l’olio verde un po’ opaco, fruttato e delicato può considerarsi di altissima qualità, leggero e digeribile. Le mie papille gustative si esaltano ancora al ricordo del sublime sapore della Marzolina (Presidio Slow Food), piccolo formaggio un tempo prodotto solo nel mese di marzo (che gli ha dato il nome) nel primo periodo di lattazione della capra e poi stagionato su graticci di legno e maturato in barattoli di vetro per due mesi: non che mi faccia guidare dalla gola, ma da sola la Marzolina vale un viaggio a San Donato, figurarsi se si aggiunge il resto.
Certo che per quanto possa sembrare più disagevole ai giovani abitare non nelle metropoli uno dei segreti per lavorare e vivere con serenità sta proprio nello scegliere di recuperare antichi mestieri e attività vivendo in un luogo come San Donato Val di Comino in cui la qualità della vita è altissima e dove si riesce a mangiare e digerire senza difficoltà ad esempio la cipollata. Si tratta di un piatto unico, composto di cipolla, formaggio e uova ed è tipico della festa di Santa Costanza protettrice delle single, qui spiritosamente definite ‘cipolle’.
Eccezionale e rara in Italia o perlomeno limitata a poche zone l’abitudine di raccogliere verdure spontanee: qui ho assaggiato frittatine superbe con il ‘Buon Enrico’ (Orapi), una sorta di spinacio selvatico d’altitudine e con gli ‘asparagi selvatici’ dal raffinatissimo sapore. Anche la carne qua è decisamente eccezionale come il capretto da latte che si scioglie in bocca e l’agnello ‘castrato’ più saporito e appetitoso, ma ciò che lascia un segno e suona un invito a tornare è la grande e calda disponibilità delle persone legate a valori antichi e intramontabili.
Dove sostare
Esistono alcuni spazi facilmente individuabili per sostare con camper, per una permanenza più lunga si consiglia Piazza Enrico Berlinguer.








