Vi presentiamo con grande piacere questo racconto della nostra amica Daniela e del suo blog www.tripandchips.com. Buona lettura!
Camminavo a fatica sopraffatta dall’altitudine nella città di PUNO, sul lato peruviano del lago Titicaca, quando da una strada laterale un ticchettio famigliare ha attirato la mia attenzione.
Proveniva da una vecchia macchina da scrivere utilizzata da un dattilografo da strada, intento a stare al passo con il dettato del suo cliente, ed era uno di quegli apparecchi che ti fanno fare un balzo indietro di almeno 30 anni quando la dattilografia era ancora apprezzata ed insegnata nelle scuole.
Il bello del viaggio è l’itinerario nello spazio ma anche nel tempo; un tempo relativo per ognuno di noi in un inevitabile confronto personale con il nostro stile di vita, bagaglio di esperienze, background.
Ci trasporta inoltre al di là dei nostri confini personali quando vediamo mestieri che sono scomparsi dal nostro ambiente quotidiano come il lustrascarpe che si trovava a pochi passi nell’angolo della piazza principale con i cenci buttati sulla spalla mentre lucidava di gran lena le calzature eleganti di qualcuno che ancora crede che le scarpe siano un biglietto da visita per gli osservatori più attenti.
Quante volte le sue fiere mani hanno ripetuto un movimento mai uguale a quello precedente? Decine di migliaia di volte?
Questi mestieri mi raccontano i valori, le tradizioni e l’anima di questo popolo che, per scelta o per necessità, non ha ancora abbracciato il consumismo “fast” con il conseguente facile scarto degli oggetti e non ha ancora completamente rimpiazzato il lavoro umano con quello delle macchine come dimostrano i contadini della Valle Sacra attorno a CUSCO che sembrano uscire da un libro di storia di un secolo fa.
Ho incontrato intagliatori di statuette di legno al lavoro su spiagge caraibiche dai piedi impolverati di sabbia bianca ed un sorriso stampato, venditori ambulanti di succo di melograno spremuto davanti ad avventori madidi di sudore nella calura estiva all’entrata del più famoso bazar di ISTANBUL, tessitori di cestini di bambù intrecciato seduti a gambe incrociate davanti ad un improbabile laboratorio nell’isola di BALI che, nella lotta giornaliera, hanno ampliato la loro offerta vendendo ogni tipo di prodotto incluso la benzina in bottiglie di plastica.
Apro i cassetti della mia memoria e rivedo i panettieri del mercato di TASHKENT in Uzbekistan che sfidano la forza di gravità facendo cuocere il pane che avevano sapientemente lavorato e decorato sulle pareti del forno a legna contribuendo con il loro singolo lavoro al perdurare della tradizione.

Passando in strade sterrate su una jeep che faceva fatica a proseguire, ho salutato i raccoglitori di foglie di tè nelle alture dell’UGANDA ed infine sono arrivata al Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile Bwindi ansiosa di partire alla ricerca dei gorilla.
Tra questi monti a poca distanza dal Congo, i gorilla di montagna, che erano stati decimati fino sull’orlo dell’estinzione dalla popolazione che si cibava di animali selvatici, oggi vivono protetti e rappresentano un richiamo turistico irresistibile per gli amanti della natura.
La gente del posto è stata coinvolta nel progetto di conservazione promuovendone l’occupazione in lavori come le guide naturalistiche, i portatori ingaggiati dai turisti e lavoratori nei servizi di accoglienza e vendita di artigianato locale creando così un sistema vincente di protezione della natura e soddisfazione della popolazione che ora vanno mano nella mano. I locali non vedono più le regole del parco come un ostacolo ma come una garanzia per il loro futuro.

Ho attraversato un patchwork di ambienti umani differenti e solo pochi rimangono artigianali.
Ciò che balza subito all’occhio è la conformazione dilagante dove tradizioni ormai morte lasciano spazio alla globalizzazione e l’arte di preparare un caffè è uguale che io sia in Europa o in ogni altra parte del mondo raccontando non più l’abilità di una singola persona ma la standardizzazione di milioni.
In queste città moderne di vetro e acciaio, che sono l’orgoglio dei burocrati, alcune occupazioni quasi fuori moda convivono con la modernità.
Nella cosmopolita città di BANGKOK in Thailandia, girando l’angolo in strade larghe quanto l’apertura delle braccia, si vedono cumuli di fiori di calendula pronti per essere infilati in collane dai lavoratori del mercato dei fiori; sono le stesse collane che ho trovato appese nell’abitacolo dei tipici mezzi di trasporto locali, i tuk tuk, come portafortuna per gli spericolati autisti che portano turisti e locali in giro per la città infilandosi come blocchi di tetris negli spazi del traffico.

Mi sposto verso sud nella campagna rurale dell’isola di GIAVA in Indonesia e, in un profondo contrasto con il caos delle metropoli, vedo un mare di verde brillante interrotto solo da casupole che sembrano sculture abitative con ogni muro ed angolo differenti e quasi mai a piombo.
I raccoglitori di riso, con i loro cappelli conici, sono piegati tra le onde delle piante mosse dal vento e l’acqua che arriva fino alle ginocchia. Ma nonostante questo, regalano sempre un sorriso.

Ed è proprio di questo sorriso che sento la mancanza in una delle città più all’avanguardia: SINGAPORE.
In questa città ordinata ed uniforme puoi noleggiare una bici elettrica con un tocco della carta di credito, ordinare un pasto su un pannello touch screen o accedere ad un capsule-hotel senza interagire con nessun essere umano.
Tutta questa perfezione ed impersonalità tende ad ovattare le percezioni e dà la sensazione di vivere in un mondo coperto di cellophane.
Giava è meglio di Singapore? Sicuramente no.
Però, posso confermarvi che è stato Singapore a scivolare via velocemente dai miei ricordi.
Rimane invece ben ferma nella mia mente l’immagine del vicolo di YOGYAKARTA che, con una deviazione alla via principale nella capitale culturale indonesiana, porta ad un laboratorio artigianale.
Qui un fiero artista di pittura Batik espone le sue tele ed appassiona gli ospiti con il racconto della sua tecnica creativa mentre assaporano un bicchiere di tè come se fossero in visita ad un amico.
Non ho le competenze tecniche per valutare il suo lavoro. Ma poco importa.
Adoro ammirare il suo quadro appeso alle pareti di casa ed allo stesso tempo so di aver favorito la sopravvivenza di questa tecnica millenaria, il suo posto nella storia e nella memoria umana.







