“Che possiate essere maledetti. Che il vostro santo venerdì sia sempre segnato da pioggia e vento”. Secondo un’antica leggenda la pioggia, che puntualmente funesta la processione del Venerdì Santo a Sessa Aurunca, non sarebbe casuale ma frutto di un’antica maledizione lanciata un vescovo – il cui nome si è perso nel tempo – allontanato dai suoi concittadini forse proprio perché desideroso di cambiare i riti locali”.
Sarà una leggenda, ma la pioggia è divenuta una costante dei Venerdì Santi sessani. Le processioni pasquali a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, sono un connubio di folclore e religiosità.
Iniziano in Lunedì Santo (all’indomani delle Palme) per terminare in Lunedì In Albis (successivo al giorno di Pasqua, che nel caso in specie coincide con la festa patronale). Sette giorni di intensa religiosità: tra passato e presente, mondanità e sacralità.
Un regio decreto del XVI sec. stabiliva l’ordine processionale. Ad aprire le processioni della Settimana Santa ci pensa l’Arciconfraternita di San Biagio, del 1513, con le “mozzette” – ossia, la parte superiore dell’abito talare – di color vinaccia; seguono nel pomeriggio i confratelli dell’Arciconfraternita del Ss. Rifugio conosciuta anche come la Confraternita dei Carcerati, per la propria mission; e l’indomani l’Arciconfraternita del Ss. Crocifisso, in mattinata, e quella dell’Immacolata Concezione, nel pomeriggio.
Il mercoledì Santo, ultimo giorno delle processioni penitenziali, è il turno della Confraternita di San Carlo Borromeo, e nel pomeriggio escono i confratelli della Vergine del Rosario, con mozzetta di raso nero, che hanno il privilegio di chiudere le processioni penitenziali. Considerata un tempo la “Congrega dei Signori”, per il ceto sociale d’appartenenza: la nobiltà locale; far parte di essa è ancora oggi questione di status.
In serata ha luogo una delle cerimonie più suggestive e ricche di patos: l’Ufficio delle Tenebre, conosciuto dai profani come Il Terremoto del Mercoledì. Nel Chiesa dei frati minori di San Giovanni a Villa, del XV sec., i confratelli del Santissimo Crocifisso inscenano il terremoto che avrebbe accompagnato la morte di Nostro Signore.
Nell’abside della Chiesa siedono i Confratelli vestiti interamente di nero; dal fondo si leva forte e struggente il Canto del “Mattutinum Tenebrarum”, le “Lamentationes” del profeta Geremia e dei Santi Agostino e Paolo, e infine il “Miserere”, un canto arcaico tanto caro ai sessani.
Nell’oscurità un candeliere triangolare – detto saetta – illumina la chiesa con quindici candele che vengono spente una alla volta dopo la recitazione di ciascun salmo, fino a che non ne rimane che una – quella più alta che forma il vertice del triangolo – quest’ultima viene quindi nascosta dietro l’altare, facendo quindi scendere il buio completo, è a questo punto che i presenti iniziano a battere le mani sui banchi e sembra quasi che il tempio inizia a tremare.
Per evitare conseguenze negative da qualche anno i frati hanno adottato un servizio di sicurezza per impedire ai ragazzini di battere forte vicino ai vetri della porta d’ingresso: una pioggia di cristalli non è prevista da alcuna leggenda evangelica.
Il Venerdì sera “va in scena”, il rito più commovente della Settimana: la Processione dei Misteri. I Neri – i Confratelli del Ss. Crocifisso – dall’imbrunire fino a notte fonda percorrono le vie del paese, portando in spalla statue in cartapesta – che secondo la leggenda furono fabbricate dai carcerati a titolo votivo – raffiguranti i Misteri Dolorosi.
I portatori procedono lentamente: tre passi avanti e due indietro; è questa la tipica andatura detta a “cunnulella”, che con il canto del “Miserere” – un vocalizzo polivocale a tre voci del Salmo 51, questione di corna, morte e pentimenti – rendono questa processione unica nel suo genere.
Il sabato è la volta della Confraternita di san Carlo Borromeo, custode del gruppo scultoreo “La Deposizione del Cristo” e dell’Arciconfraternita del Ss. Rifugio, tutori della statua dell’Addolorata.
Si tratta di una cerimonia commovente e ricca di patos, perché i due gruppi lignei con i loro devoti percorrono il borgo lungo sentieri diversi per incontrarsi dinanzi alla Chiesa dell’Addolorata, sede della confraternita del Ss. Rifugio dove, la statua della “Deposizione del Cristo” – con i suoi portatori – si inchina dinanzi all’Addolorata per salutarla prima che questa si ritiri.
Un tempo i due cortei procedevano separati ed il loro incontro era visto come foriero di sventure. “Se s’incontrano S. Carlo e l’Addolorata viene la fine del mondo”, si vociferava in giro. E in realtà per questioni di precedenza non di raro, nel corso dei secoli, i due cortei erano giunti alle mani.
Ma nel 1967, l’allora vescovo V. M. Costantini, da buon francescano, decise che questa storia doveva finire. Sospese tutte le processioni pasquali per punire i tumulti e decise, per l’anno seguente, di unire i due cortei dando vita alla processione nuova ed emozionante.
Oltre ai vicoli medievali estremamente suggestivi, una visita merita indubbiamente il Castello Ducale, dell’ VIII sec., dove fu redatto il Placito di Sessa, uno dei più antichi documenti in volgare.
Interessante è la loggia del giardino pensile, interna al castello, e le finestre catalane dei Salone dei Quadri, dove sono custoditi due immensi quadri di Luigi Toro, artista e patriota risorgimentale, raffigurati Agostino Nifo e Carlo V, e Taddeo da Sessa al Concilio di Lione. Oggi, oltre ad ospitare una biblioteca e sale per eventi, ospita il Museo Civico archeologico, con reperti provenienti dalla zona archeologica del teatro romano e del criptoportico.
Preziose sono le statue del Dio Nilo e la Matidia Minore, in marmo bianco e grigio, raffigurante la cognata del’imperatore Adriano che sponsorizzò i lavori di abbellimento del Teatro del I secolo d. C. Pregevole è la Cattedrale romanica che conserva una stupenda pavimentazione mosaicata da poco ristrutturata, un ambone con cero pasquale tra i più belli del Medioevo e una tela







