Agnone e la tradizione della ‘Ndocciata
La provincia di Isernia, che costituisce la gran parte della regione storico-geografica della Pentria, non rientra negli itinerari del panorama turistico italiano ma la passione di Emilia Vitullo, responsabile del Presidio Turistico, ci consente di scoprirne le attrattive e le potenzialità attraverso i suoi tesori archeologici ed artistici, dal paleolitico ai sanniti fino al rinascimento, e anche la bellezza integra del paesaggio segnato dai tratturi e cosparso di borghi arroccati intorno ai castelli-fortilizi, col contorno di una calda accoglienza e delle descrizioni appassionate delle tradizioni pastorali.
All’uscita di S. Vittore sulla A1, il castello D’Alessandro di Pescolanciano, abbarbicato su uno sperone, fa da sentinella alle porte del territorio provinciale.
Nell’Alta Valle del Volturno, incuneata tra Campania, Lazio e Abruzzo e delimitata dai massicci montuosi del Matese e delle Mainarde, appare maestoso il castello di Venafro. L’etimo fa riferimento alla natura e alle messi che descrivono la fertilità del territorio. La fondazione della città viene attribuita a Diomede ma il primo nucleo urbano è riconducibile ai Sanniti che nel V sec. a C. si insediarono sulle sponde del fiume.
Passata sotto il controllo di Roma dopo la battaglia di Aquilonia, la dissoluzione dell’Impero d’Occidente ne segnò il declino fino all’occupazione longobarda nel 595 e le successive incursioni arabe che costrinsero gli abitanti ad abbandonare l’antico impianto romano per asserragliarsi sul colle. Passati normanni, svevi e angioini, nel 1437 Alfonso d’Aragona assegnò il feudo a Francesco Pandone. Il conte Enrico trasformò il mastio longobardo, eretto su una fortificazione megalitica, in una residenza rinascimentale nelle cui sale fece affrescare i suoi cavalli poderosi, noti in tutta la penisola.
Ancora oggi le immagini di 26 stalloni a grandezza naturale accolgono i visitatori al piano nobile dove tra i cavalli da guerra si staglia la sagoma del cavallo San Giorgio della scuderia di Carlo V. Successivamente il castello appartenne ai Peretti-Savelli, familiari di Sisto V. All’inizio del ‘700 Giovanni di Capua lo destinò a sua residenza in vista del matrimonio con Maria Vittoria Piccolomini, ma morì prematuramente e solo il grande stemma del salone ricorda l’unione mai avvenuta delle due casate.
La storia moderna segnala la città quale sede del soggiorno di Vittorio Emanuele II che andava a incontrare Garibaldi a Teano il 26 ottobre 1860. Il Museo archeologico, collocato nel settecentesco monastero di Santa Chiara, esibisce la “Venere di Venafro” del II sec. d.C., raro esemplare di copia di una Venere ellenistica pervenuta completa di testa, e la “Tavola Acquaria” dell’acquedotto romano, di epoca augustea, che riporta l’editto di Augusto.
Dopo aver ansimato lungo la scalinata che, costeggiando una cresta di roccia, si arresta nella corte del castello Pandone di Cerro al Volturno, arditamente aggrappato allo sperone da cui sembra levitare nello scenario di una vista strepitosa sulla vallata sottostante, visitiamo a Scapoli il Museo permanente della zampogna che espone cornamuse e zampogne di vari paesi, a salvaguardia e promozione della tradizione musicale locale. L’antica arte pastorale della costruzione di questi strumenti a fiato, nota già ai Sanniti, è vivissima in quest’area e inizia dalla scelta del legno (ulivo, ciliegio, prugno, sorbo, pero) messo a stagionare.
Il biografo latino Svetonio scriveva che Nerone si dilettava con la zampogna e la leggenda sostiene che la vittoria di Giulio Cesare in Britannia sia stata favorita dalla fuga dei nemici spaventati dal suono stridulo di questo strumento. Oggi la zampogna è assurta a rango di strumento musicale, utilizzata nei concerti. Lungo il cammino di ronda di Palazzo Battiloro, dove ha sede la sua bottega, un maestro zampognaro ci intrattiene immergendoci in un’atmosfera natalizia.
Il suono etnico della zampogna si fonde con quello della musica colta (arpa, oboe, clarinetto) originando un genere musicale eclettico, tutto dedicato dall’Ecletnica Pagus alla terra molisana, che ci stupisce sotto le arcate del castello baronale di Macchia d’Isernia, tuttora abitato dalla famiglia.
Arroccata sulle “Morge”, Pietrabbondante custodisce lo scrigno del celeberrimo Santuario-Tempio italico. Risalente al V sec. a.C., è la più grandiosa testimonianza della civiltà sannitica, primo esempio di tempio coperto al quale venne affiancato il teatro nel II sec. e successivamente il tempio grande. Il teatro, ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni, presenta la peculiarità di quattro file di sedili scolpiti con forma anatomica in un unico blocco di pietra. Alle spalle del teatro i resti del basamento del Tempio. L’intero complesso costituiva un imponente luogo di vita politica e religiosa: nel Teatro si riuniva il Senato e nel Tempio i sacerdoti offrivano sacrifici agli dei.
L’attenzione alla tutela della natura è testimoniata dalla Riserva Naturale Orientata e Riserva della Biosfera di Collemeluccio-Montedimezzo, inserita nel programma MAB Unesco per l’alto valore naturalistico, che realizza il Programma “L’uomo e la biosfera” per lo studio delle reciproche relazioni tra l’uomo e il suo ambiente. Tra la vegetazione di abete bianco, cerro, faggio, carpino, frassino, col sottobosco di biancospino, agrifoglio, prugnolo, salice, nocciolo, melo e pero selvatico, trovano il loro habitat cinghiali, lepri, martore, volpi scoiattoli, barbagianni, ghiri, ghiandaie e il gambero di fiume nelle acque del Trigno. Il museo del centro visitatori espone una raccolta dei legni delle foreste della zona, una di rocce e minerali e una terza sezione ospita esemplari della fauna locale.
Dall’alto dei suoi 1200 metri di altitudine, Pescopennataro con l’agglomerato di innumerevoli case in pietra realizzate dai suoi famosi scalpellini, domina la Valle del Sangro. Il Museo della Pietra nei Secoli ospita una sezione di 1600 manufatti in selce che testimoniano la presenza dell’uomo 500.000 anni fa nell’agro di Rio Verde; un’altra sezione raccoglie una rassegna di foto raffiguranti i portali, le chiese, i palazzi, le acquasantiere, le fontane, le cappelle gentilizie, le decorazioni realizzati dai famosi “maestri della pietra” in tutto il mondo. Oggi questa tradizione è mantenuta viva da Mario Lalli, raffinato scalpellino di cui abbiamo visitato la bottega.
Agnone, l’“Atene del Sannio” e bandiera arancione Tci, costellata di chiese (S. Emidio, gioiello dell’arte barocca) e palazzi nobiliari decorati da raffinati portali e chiavi di volta in pietra, vanta origini sannite testimoniate dalla Tavola Osca del II sec. a.C. Ma la sua fama nel mondo risuona con i rintocchi delle campane della Pontificia Fonderia Marinelli che da otto secoli perpetua la sua attività ed è l’unica sopravvissuta tra le tante dinastie di campanari. Dalla sua fucina sono uscite la campana di Montecassino e quella del Giubileo. L’attiguo Museo storico espone attrezzi, stampi e una serie di campane storiche.
La sera del 24 dicembre, al rintocco del campanone di Sant’Antonio, nelle cinque contrade del paese vengono accese le ‘ndocce (grandi torce) che i portatori caricano sulle spalle, protette da un mantello nero di lana, incamminandosi lungo il corso che si trasforma in un fiume di fuoco, preceduti dalle donne coi bambini che portano dolci. Grandi carri con pastori, pecore, buoi riproducenti scene di vita contadina chiudono la sfilata. Giunti sulla piazza, si accende il falò della fratellanza in cui viene metaforicamente bruciato tutto ciò che di negativo è avvenuto nel corso dell’anno.
Realizzate con rami di abete bianco (che è leggero e resinoso e brucia facilmente) del bosco di Montecastelbarone, scelti dalla Forestale tra quelli malati o abbattuti, intercalati a fasci di ginestre secche legati con lo spago, le ‘ndocce sono alte due o tre metri e talvolta ne vengono assemblate insieme fino a venti, che assumono la forma di ventaglio. I poderosi portatori esibiscono la loro valentia e, senza mostrare lo sforzo, danzano e roteano sulla piazza come pavoni di fuoco. Auspici venivano tratti un tempo dal modo in cui le enormi torce bruciavano e scoppiettavano.
L’antica festa pagana legata al solstizio d’inverno che celebrava il fuoco come fonte di vita nella notte più lunga dell’anno, intorno all’anno Mille si trasforma nella festa del Natale cristiano, dedicata alla nascita di Cristo luce del mondo, probabilmente perché con le fiaccole i contadini dalle campagne giungevano al paese per assistere alla messa di mezzanotte. La ‘Ndocciata nel 2011 ha ottenuto il riconoscimento di Patrimonio d’Italia per la tradizione.
Questo viaggio attraverso l’arte e la storia dell’Alto Molise ha incrociato spesso le antiche autostrade d’erba della transumanza, di cui permangono tracce in quasi tutti i comuni: i tratturi. Tutelati come beni archeologici, costituivano una rete infrastrutturale che gli Aragonesi tracciarono nel XV secolo per consentire alla civiltà pastorale appenninica il transito degli armenti sfruttando i pascoli abruzzesi e del Tavoliere pugliese, per sviluppare un sistema economico che andava dall’allevamento ovino alla commercializzazione della lana. I tre più importanti ricadenti nella provincia di Isernia sono il Celano-Foggia, il Castel di Sangro-Lucera e il Pescasseroli-Candela. Lungo questi percorsi sono disseminati beni naturalistici, architettonici e monumentali.
Collocato fuori dalle grandi direttrici di traffico, questo territorio risulta poco conosciuto, ma si è preservato. Una politica territoriale di imprenditorialità e sviluppo strutturale e promozionale, che progetti il territorio per renderlo fruibile, può investire sul proprio potenziale, costituito anche di prodotti tipici che sono un vanto della provincia, come il tartufo bianco, la cui produzione costituisce il 40% di quella nazionale, ma l’assenza di una chiara denominazione di qualità e origine ancora lo penalizza.
Pro Loco Agnone
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Presidio Turistico Agnone
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Presidio Turistico Isernia
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Testo e foto di Tania Turnaturi







