Crogiuolo di popoli, credenze, lingue e destini, questa operosa Valle rivela tesori impensati e affascinanti testimonianze di un passato lontano e ancora palpabile da scoprire con esaltante meraviglia
La Valle di Susa attraversata dalla Dora Riparia è la più estesa e lunga dell’arco alpino ed è un’importante zona di transito e di collegamenti fin dall’antichità: moltissimi anche oggi la attraversano per recarsi in Francia, ma pochi si fermano a visitarla, eppure è una cornucopia di tesori da scoprire con gioiosa meraviglia.
Attualmente è alla ribalta delle cronache più che per gli splendori che la caratterizzano per le note proteste che si auspica vengano superate con il buon senso e l’equilibrio di tutti.
Entrati nella bassa valle, colpisce l’imponenza della Sacra di San Michele (che avrebbe ispirato Il nome della rosa di Umberto Eco), abbazia benedettina risalente circa all’anno 1000, severo guardiano che pare scrutare e controllare chi passa in questo luogo pregno di storia. Qui, prima della nascita della Sacra, si è svolta nel 773 l’epica battaglia delle Chiuse vinta dai Franchi di Carlo Magno contro i Longobardi che sotto la guida di Desiderio e del figlio Adelchi avevano eretto le Chiuse dei Longobardi con muraglie e torri per bloccare l’avanzata del nemico.
La valle ha una curiosa forma geografica – che a qualche fertile fantasia può suggerire la forma di stivale con sperone – ed è dominata da una vetta maestosa, il Rocciamelone (3538 m., appartenente alle Alpi Graie), emblema di una spiritualità intatta nei millenni pur se mutata nella forma. Nell’antichità è vetta simbolo di una sacralità risalente ai Celti (che consideravano i più alti monti valsusini come divinità o sedi di divinità) se non prima, passata poi come molte altre credenze al cristianesimo e oggi in un certo senso ereditata dall’anelito verso l’alto dei numerosi alpinisti che arrivano alla cima godendo di uno splendido panorama che spazia fino alla Liguria e al Delfinato.
Chi vuole cimentarsie con la salita può partire da La Riposa (rifugio costruito sui ruderi di un fortino militare) a 2110 m. e raggiungere la cima con ca. sei ore di cammino classificato per Escursionisti Esperti (EE), oppure può sostare alla Cà d’Asti, recentemente rimodernata, e poi affrontare più riposato l’ultimo tratto.
L’imponente vetta di forma piramidale il cui aspetto spesso imbiancato ha indotto a credere a lungo che si trattasse del monte più alto del Piemonte e comunque sovente incappucciata da nubi ha fatto nascere numerose leggende tra cui quella di un demone che avrebbe scoraggiato chi voleva salirvi o di un Re Romulo il cui tesoro è stato cercato inutilmente.
Certo è, invece, che Bonifacio Rotario (Roario) d’Asti il 1 settembre 1358, probabilmente audace banchiere e usuraio più che crociato come si è ventilato, spinto da motivazioni non solo spirituali, vince la paura reverenziale diffusa all’epoca verso la montagna e porta sulla vetta, dopo avere costruito forse l’antesignano del Rifugio Cà d’Asti, lo splendido Trittico in ottone dorato inciso raffigurante la Vergine, ricoverato per secoli in una cappelletta di legno e oggi al Museo Diocesano di Susa.
Costruito a Bruges, il piccolo altare di squisita fattura raffigura nell’anta centrale la Vergine come una dama dell’epoca con il Bambino che la accarezza, mentre a sinistra San Giorgio che uccide il drago, possibile riferimento al biscione dei Visconti sconfitti anche grazie all’eroismo di Rotario ed espulsi dalla città di Asti e a destra San Giovanni Battista che presenta il committente Rotario inginocchiato. Il trittico – verso il quale si sa che nel 1550 si svolgevano pellegrinaggi nel mese di agosto, poi aboliti a fasi alterne per la pericolosità del percorso – resta sulla vetta fino al 1673 quando un certo Giacomo Gagnor di Novaretto (soprannominato ‘il matto’ per la sua azione) lo porta alla corte dei Savoia: nello stesso anno è trasferito a Susa dove viene custodito in una chiesa cittadina.
Dal 1899 sul punto culminante del Rocciamelone è stata posta su piedistallo di pietre una Madonna bronzea (opera dello scultore torinese Giacomo Antonio Stuardi), celeste presenza scesa a sfidare le intemperie della cima per proteggere la nostra terra e l’infanzia con quei 130mila bambini che rispondono alla sottoscrizione lanciata nel 1896 da Giovanni Battista Ghirardi su L’Innocenza (giornale per bambini da lui diretto): divisa in più parti, è stata portata dagli Alpini sulla vetta che appare ora gremita per la presenza anche di un busto di Vittorio Emanuele II (che nel 1844 aveva raggiunto tale cima), del Rifugio Santa Maria e dal 1920 di un piccolo Santuario della Madonna, il più alto d’Europa. Ho guardato in alto come hanno fatto per millenni viandanti e pellegrini che hanno attraversato la valle osservando con rispettosa venerazione prima solo le Sacra di San Michele vette sacre poi anche i santuari.
La scoperta di questi incantevoli luoghi impone una visita a Susa (503 m.), centro principale alla convergenza delle valli che conducono al Moncenisio e al Monginevro, le cui origini risalgono almeno al 500 a.C. quando viene fondata da una comunità celtica alla confluenza tra la Dora Riparia e il torrente Cenischia. I Romani vi trovano un regno governato dal re Cozio (figlio di Donno) che grazie a un patto di alleanza nel 13 a.C diventa Prefetto della nuova Provincia delle Alpes Cottiae con capitale a Segusium (Susa) dove per celebrare tale trattato viene costruito l’Arco di Augusto.
In seguito la città è arricchita di altri monumenti e in occasione delle invasioni barbariche di una cinta muraria a forma di triangolo con torri alte 12 metri a pianta circolare e quadrata e tre imponenti porte. Subirà assedi e dominazioni di Visigoti, Ostrogoti, Franchi e Saraceni finché con il conte Arduino Glabrione farà parte della Marca di Torino. La sua discendente, la Contessa Adelaide sposando in terze nozze nel 1047 Oddone di Savoia (ultimogenito di Umberto Biancamano, capostipite della famiglia) creerà un grande territorio e introdurrà tale dinastia nella storia della Penisola.
Incendiata (episodio che forse dà origine alla scritta sullo stemma In flammis probatus amor) da Federico Barbarossa che risparmia Chiese e castello di Adelaide, è nei secoli inserita nelle vicende e lotte europee, trovandosi a essere quasi sul confine (dovuto all’annoso contrasto tra Savoia e Delfinato, poi regno di Francia) che fraziona in due parti la valle: quella bassa di influenza ‘italiana’ e quella alta di influenza ‘francese’, divisione percepibile anche oggi e che presenta infinite sfaccettature.
Nel 1809 Napoleone fa costruire la strada carrozzabile del Moncenisio confermando il ruolo strategico che viene ulteriormente esaltato con la linea ferroviaria Torino-Susa del 1854. Il traforo del Fréjus e la linea Bussoleno-Bardonecchia del 1871 escludono dal traffico su rotaia Susa che tuttavia grazie all’abbondante acqua sviluppa manifatture industriali.
Oggi Susa è una deliziosa cittadina ricca di vestigia e al centro di un ambiente salvaguardato e curato con amore e per prima cosa vado presso il Museo Diocesano di Arte Sacra – sito in Via Mazzini 1, nei locali della Rettoria del complesso ecclesiastico della Madonna del Ponte (la più bella espressione del Barocco in città) e articolato in tre sezioni divise in sei sale – ad ammirare grazie all’entusiasta don Gianluca oltre a preziosissime testimonianze di arte e religiosità, il celebre Trittico del Rocciamelone di fronte al quale realtà e fantasia e storia e leggenda passano nella mente confondendosi e facendo pensare a quanti nei secoli hanno creduto e venerato questa preziosa testimonianza.
Vado alla scoperta delle vestigia cittadine che trasudano antiche vicende e mi avvio verso la Chiesa e il Convento di San Francesco costruiti in stile gotico con influssi romanici a partire dal secondo quarto del ‘200 con materiali di recupero provenienti dal vicino Anfiteatro Romano. La chiesa a pianta basilicale, più volte rimaneggiata, con facciata a capanna conserva pregevoli affreschi raffiguranti gli Evangelisti e Pietro e Paolo, la ‘sacrestia vecchia’ santi e beati francescani e ‘quella nuova’ la Vergine, la Maddalena e S. Bernardo.
Vi spira un’aura di serena tranquillità anche nei due chiostri del contiguo convento, parte del quale è diventato un’ospitale e moderna foresteria che conserva quel senso di elegante frugalità così benefica allo spirito e, mentre sono assorta nei miei pensieri, vengo ‘avvicinata’ da una gatta cicciottella nera con nuance bianche: questa dà palesi segni quasi di un’antica amicizia e pare invitarmi a restare. M’informo e scopro che la simpaticona si chiama Mascherina e che a suo tempo sbucando da un bosco ‘ha scelto’ di farsi adottare da un sacerdote ed è poi stata inviata a Susa da un convento torinese dove era esageratamente ingrassata.
Dopo avere ‘assicurato’ a Mascherina che non avrei disatteso il suo invito, riparto in direzione dell’Anfiteatro Romano di forma ellittica costruito verso la fine del II secolo e man mano abbandonato e coperto da detriti durante una rovinosa alluvione. Riportato agli antichi fasti, ospita alcuni eventi tra cui ogni anno il Torneo Storico dei Borghi ispirato alle gare svoltesi presso la corte segusina in occasione del matrimonio tra Adelaide e Oddone di Savoia e preceduto da un sorprendente e suggestivo spettacolo in notturna.
Quest’anno si è svolta la XXVIª edizione e la serata di presentazione della coppia comitale con corteo storico e dei sei Borghi con il giuramento dei Capiborgo e successivo spettacolo mi ha sorpreso per la serietà della preparazione e per l’articolazione delle fasi.
Dopo una lotta tra le forze pagane e quelle cristiane in cui gli sbandieratori hanno dato prova di grande abilità, l’esibizione di falconeria con lo sforzo di trasmettere l’aspetto positivo dei rapaci cancellando luoghi comuni e pregiudizi e quella dei cavalieri del Conte Verde (Amedeo VI di Savoia grande esperto di cavalli e tornei) – appartenenti a un’Associazione che recupera e reinserisce cavalli a fine ‘carriera’ – hanno lasciato vivi segni nella memoria.
Eccomi ammirata davanti all’Arco d’Augusto: essenziale e semplice eppure solenne e costruito in marmo bianco di Foresto in asse con il Rocciamelone (visibile perfettamente dal fornice), risale al 9-8 a.C. a sancire l’alleanza tra Donno e Roma come dimostrano i fregi che descrivono un suovetaurilia (rito sacrificale di maiale, pecora e toro) e l’iscrizione di omaggio ad Augusto in cui si riconoscono i segni delle lettere di bronzo asportate nei secoli. I due maestosi archi in blocchi calcarei che si vedono accanto all’Arco sono quanto rimane dell’Acquedotto Romano (IV sec.).
Certo Segusium era una città di rilievo come dimostra anche la splendida ed elegante Porta Savoia (con quattro ordini di finestre sfalsate per facilitare la difesa e il cui fornice è stato ampliato nel 1750 per le nozze di un duca di Savoia) cui si appoggia la bellissima e polimorfa Cattedrale di San Giusto (per secoli abbazia) della prima metà dell’XI secolo, poi rimaneggiata. Una funzione religiosa mi impedisce una visita approfondita anche se rimango affascinata dallo splendido e prezioso campanile traforato da finestre simmetriche crescenti dalla monofora alla quadrifora: un vero ricamo!
Sempre più stupita dalle bellezze scoperte mi rendo conto che molto mi resta da vedere, tuttavia parto per un appuntamento che attendo da tempo: l’Abbazia di Novalesa fondata nel 726 da Abbone, nobile franco, per il ricovero e la cura dei pellegrini che risalendo prima la Dora Riparia, poi il torrente Cenischia con l’aiuto dei marron valicavano il Moncenisio.
Ricevuti donazioni e privilegi dai re franchi Carlo Martello e Carlo Magno, l’abbazia ha una storia tormentata e alterna: è affidata nel tempo ai Benedettini, ai Cistercensi di San Bernardo e ai Trappisti di Tamié e infine, cambiando destinazione d’uso, diventa albergo per cure termali. Dal 1973 una piccola comunità di Benedettini ha fatto rivivere l’antica chiesa abbaziale, il chiostro, l’ex refettorio – dove ho ammirato il nuovo interessantissimo Museo Archeologico – e le quattro cappelle (alcune necessitano ancora di restauri) tra cui quella splendida con cicli di affreschi dedicati a Eldrado, singolare figura di nobile che nel IX secolo arrivato al monastero vi diviene abate famoso e poi santo.
Impressionano i segni diversi che la storia ha lasciato in questo luogo e il ricordo e la venerazione di antiche spiritualità da parte di una popolazione che nei secoli ha vissuto, sofferto, reagito e soprattutto partecipato malgrado i continui spostamenti di confine e le capricciose decisioni dei potenti.
Un popolo operoso che si è ingegnato e ha lavorato come dimostra la straordinaria testimonianza di cultura materiale che è a Salbertrand il Mulino del Marinet, tra i più antichi e meglio conservati della Valle di Susa, e qui siano nell’Alta Valle: nato forse nel 1000 come forgia e dal 1200 mulino bannale, è rimasto attivo fino agli anni ‘70. I
nteressante in un locale del mulino la pesta usata per la sfibratura della canapa e per produrre olio di noci, nocciole, semi di canapa e lino, insomma dalla cornucopia della Valle possono ancora spuntare infinite curiosità e storie riguardanti luoghi, fortezze, lingue… può darsi che ci siano altre puntate.
Dove sostare
A Susa esiste la possibilità di sosta diurna e/o notturna presso l’Area attrezzata per i camper nel parcheggio adiacente la stazione ferroviaria. Dotazioni: acqua, pozzetto.
Camper service wc wash. Info Comune, tel. 0122 648311
A Novalesa non vi sono aree destinate ai camper, ma esistono alcuni parcheggi ampi in tre zone strategiche: a) all’ingresso del paese, appena prima di raggiungere piazza San Benedetto, b) lungo la via che porta alla frazione San Pietro (zona Abbazia), c) in via Ferrera (strada che conduce verso il paese di Ferrera Moncenisio) in corrispondenza di un’area pic nic.
Molti i campeggi tra cui si consigliano perché vicini alle zone trattate: Bussoleno (paese confinante con Susa):
Campeggio Pro Loco Bussoleno***, SS 25 Via del Campeggio, Tel. 0122 49142
Salbertrand: Camping Gran Bosco***, S.S. 24 Monginevro km 75, tel. 0122 854653, www.campinggranbosco.it






