Una settimana in giro per le oasi tunisine con fuoristrada 4×4 e escursioni nel deserto del Sahara, passeggiate a dorso di dromedario, visita alle cascate delle oasi di montagna, ai villaggi trogloditi, a quelli berberi, alle moschee e cena sotto la tenda berbera.
Roma – Fiumicino, volo per la Tunisia di un giorno d’agosto precedente l’avvio delle proteste popolari, uscita C09, ora d’imbarco 16.00, posto 32b non fumatori, classe turistica, destinazione Monastir. Una settimana in giro per le oasi tunisine con fuoristrada 4×4 e escursioni nel deserto del Sahara, passeggiate a dorso di dromedario, visita alle cascate delle oasi di montagna, ai villaggi trogloditi, a quelli berberi, alle moschee e cena (turistica) sotto la tenda berbera.
Una settimana a contatto diretto col sole rovente senza un grammo di umidità e il termometro di un camionista di Crema che misurava, non all’ombra, punte di 52 gradi. Richiesta d’acqua e tè alla menta: tutto oltre un dinaro (al cambio 1640 lire). Un viaggio ogni giorno apparentemente uguale, con un paesaggio simile a quello allestito per il presepe con grovigli di erba secca con cui il vento giocava ad un ipotetico ping pong, rimandandoli repentinamente là dove li aveva rimossi.
A lato scheletrici tralicci della luce seguivano la strada quali testimoni di un passaggio precario. Controllavano la nostra carovana, mentre la sabbia si affannava a ricoprire le impronte “taccate” dei copertoni delle jeep in teoria allungata, quasi in veloce processione.
Pochi esseri umani lungo le strade e qualche dromedario con sulla groppa accovacciato un ragazzo o un vecchio a cui offrivamo impietosi nuvole di povere che un toscano a bordo si ostinava a chiamare “pula” (scoria bianca che lascia il grano durante la trebbiatura). L’acqua era potabile, ma non dovevamo berla perché non adatti a quella concentrazione di sali che conteneva. Compravamo gelata quella minerale, la quale riscaldandosi quasi subito non placava la sete.
Il sole dardeggiava incurante, mentre paesaggi simili a quelli delle Montagne Rocciose dell’Arizona ci sorvegliavano in lontananza, regalandoci la sensazione che qualche nuvoletta di fumo ci avrebbe annunciato l’agguato degli indiani nel canyon, speranzosi però nell’arrivo dei Nostri. Il quarto giorno il programma prevedeva, dopo il pernottamento e la prima colazione in hotel a 3 stelle e la precedente visita all’isola di Jerba, il raggiungimento di Ksar Heddada Metameur, Toujan, Matmata e Douz.
Macinammo in formazione lungo il confine con la Libia km e sole senza incontrare anima viva, con ai lati della strada, spesso semiricoperta di sabbia, taniche di benzina venduta a mercato nero.
La Tunisia è una lingua di terra di 163.610 kmq che si insinua nel nord Africa, bagnata dal Mediterraneo, poco più della metà dell’Italia, con una popolazione di quasi dieci milioni di abitanti concentrati in gran parte sulle coste.
A sud il deserto del Sahara con sabbia biancheggiante come farina e agglomerati di case rettangolari e basse, senza fondamenta e prive d’intonaco, edificate con mattoni forati, murati con impasti poveri di cemento. Intorno recinti costruiti con foglie di palme infitte nella sabbia, autosorretti dalle loro nervature. Ogni villaggio ha una moschea con la mezzaluna sul minareto orientata verso la Mecca: alcune colorate e tarsiate con piastrelle dorate, altre candide, dai minareti bassi, a seconda delle sette religiose del luogo. La linea ferroviaria a scartamento ridotto fu accompagnatrice vigile per km, senza il conforto di un treno e senza l’argentatura a filo che l’uso quotidiano dona alle rotaie.
Ad ogni sosta il pensiero fisso era alla coppia di Nazareth e alla stalla scavata nella roccia desertica di Betlèmme. Visita a Matmata e nel pomeriggio, dopo un pranzo ricco di grassi e verdure, poco rassicuranti per l’intestino, escursione alle abitazioni troglodite. Avevo nel marsupio un’abbondante scorta di caramelle. Mentre la comitiva del tour si faceva fotografare dentro alle caverne scavate nella roccia insieme agli abitanti del posto per un dinaro, una frotta di ragazzini mi si avvicinò parlando un italiano abbastanza corretto. Volevano dinari o caramelle, cioè bonbon.
Gli antri prendevano miseramente luce dalle porte che si affacciavano su un cortile circolare, protetto da alture naturali che lo cingevano. Un portone sulla cinta era l’unica entrata e da fuori si aveva l’idea di un fortino atto alla difesa dalle bestie feroci. La guida rimarcava che l’ultimo leone era stato ucciso nel 1936. La storia dice che i romani sterminarono le belve della Tunisia per portarle a Roma nei circhi, usate in combattimenti contro l’uomo.
Ben visibili alcune parabole satellitari e anche qualche pannello solare occhieggiava dai tetti piani delle case circostanti, dalle mura crepate e dall’aspetto misero. Mi avvicinai ad una fontana pigolante con irregolari gocciolii. Improvvisamente bambini dallo sguardo limpido e dalla pelle d’ebano protesero cento mani cominciando a gridare: “monsieur, bonbon!”. Alzandosi sulle punte dei piedi scalzi per portare le mani più vicine alle mie, levate in alto in segno di difesa, vestiti alla meglio si agitavano frenetici.
A tratti mi pareva che la selezione naturale avesse quasi per miracolo risparmiato queste piccole creature del deserto, il cui conforto in quel momento era una caramella, un bonbon che richiudevo nella mano di chi ne era stato beneficato. Di caramelle ne avevo ancora quando lasciammo il villaggio seguiti dallo sguardo immobile di una donna berbera grassa ma dalla pelle levigata, senza rughe, dal volto semicoperto con un drappo di lana nera, che apriva la mano in attesa ogni volta che il flash la illuminava: un dinaro per un’immagine venduta.
Proseguimmo per Douz e, ironia della sorte pernottammo all’ Hotel Tuareg. Dopo cena, a bordo piscina, gli occhi dei bambini nella memoria mi sembravano stelle filanti in cerca di un cielo migliore. Li vedevo quasi ondeggianti sull’acqua leggermente increspata, confusi con la luna riflessa. L’autista della jeep mi apostrofò: “Monsieur bonbon!”. Nella sua esclamazione c’era una velatura di mestizia intrisa di nostalgia, forse per un’infanzia mai vissuta. Detti una caramella anche a lui: dischiuse un sorriso ove i denti erano un serraglio di avorio e desideri. Il giorno dopo, per altri figli della sabbia, ero ancora monsieur bonbon.
Testo e foto di Guerrino Mattei







