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Zigzagando tra Puglia e Lucania
di Mimma Ferrante

L'itinerario che segue si sviluppa nel cuore della Puglia e nella Lucania jonica circolarmente per circa 250 km e può essere seguito da Metaponto a Matera o viceversa, permettendo in una manciata di giorni di visitare un insieme di realtà diverse e appassionanti: dalle tracce della cultura neolitica alle auguste impronte federiciane, senza trascurare il divertimento per i più piccoli e la visita di caseifici artigiani che producono autentiche prelibatezze.

Le nostre mosse prendono inizio da Metaponto, raggiungibile da nord come da sud con la A.3 fino a Castrovillari e da qui, con un'ulteriore tratta di un centinaio di chilometri, con le statali 92 prima e 106 jonica dopo. Oggi Metaponto è un moderno centro sulla costa Jonica lucana, ma tutta l'area cittadina conserva ampie tracce del grande centro culturale fondato dai Greci nel VII sec. a.C. (la tradizione dice dall'eroe Nestore) e sopravvissuto con alterne vicende storiche fino al VI sec. d.C.; qui è senza dubbio da visitare il Museo Archeologico (con ampio parcheggio dove è possibile anche il pernottamento, nel caso in cui non si vogliano utilizzare i campeggi sul mare della zona), che vanta una bella serie di vasi attici, di specchi e di gioielli in bronzo, ambra e oro ritrovati nella Necropoli della città e risalenti fino al VII sec. a.C. A poco distanza, immersi in un insieme di prati verdissimi e con ampia possibilità di soste bucoliche, si trovano i resti dell'area archeologica di cui, purtroppo, rimane ben poco. Infatti, oltre alle fondamenta degli edifici che attestano la presenza della cittadina, si indovina soltanto la presenza del Tempio di Apollo, con una parte parzialmente ricostruita, e quella del Teatro, anch'esso ricostruito lungo un versante. Poco più a nord si trova invece il Tempio cosiddetto delle Tavole Palatine, di cui sono rimaste in buono stato una dozzina di colonne.
Comuni non solo a questa parte della Lucania ma a tutto l'itinerario in esame sono alcune prelibatezze gastronomiche di cui si consiglia di fare ampia scorta fin dalla prima tappa: le ottime mozzarelle, le "burrate" e le stracciatelle (mozzarelle ripiene di panna) e le immancabili orecchiette da condire in mille modi diversi, anche se la preparazione canonica le vuole alla pugliese, cioè con le cime di rapa.
Proseguendo poi in direzione di Taranto e di Palagiano, dopo appena 40 km da Metaponto, si raggiunge Massafra, una cittadina nei dintorni di Taranto, famosa come altre nella zona per la presenza di un'imponente gravina che la divide letteralmente in due. Le gravine sono un insieme di profondi canyon incassati nella roccia e scavati nel corso dei secoli dalle piogge. Appena al di fuori della cittadina e affacciato su una profonda gravina si trova il Santuario della Madonna della Scala, circondato da una serie di grotte, profondamente incassate nella roccia, che diedero vita in tempi remotissimi ad un villaggio trogloditico, abbandonato soltanto nel 1300. Qui è possibile pernottare nel bucolico parcheggio del Santuario, prima di affrontare la visita del Santuario stesso, delle cripte e della circostante gravina.
Merita un'attenta visita proprio la bellissima cripta del settecentesco Santuario, dato che in essa si trovano ancora tracce di suggestivi affreschi bizantini. Questa zona fu infatti meta, attorno all'VIII sec. d.C., di approdo e rifugio da parte di monaci bizantini in fuga dall'Impero Romano d'Oriente, nel quale imperversava allora la furia del Movimento degli Iconoclasti, che si opponevano violentemente alla rappresentazione dei Santi tramite immagini, arrivando anche a cancellare gli affreschi già esistenti e opponendosi anche con la forza a coloro che invece riproducevano o amavano queste immagini sacre. Superando l'Adriatico i monaci in fuga trovarono in terra pugliese, come in Cappadocia e come in alcune località della Sicilia orientale, una rifugio sicuro, insediandosi in una serie di chiese rupestri disseminate in tutta la zona.
Alle spalle del Santuario si inoltra un suggestivo camminamento che corre parallelamente alla profonda gravina; su tutto il canyon si apre un insieme di grotte di origine trogloditica usate in tempi remoti come abitazioni. In qualcuna di esse si distingue ancora l'angolo usato per cuocere i cibi, anche se lo stato di degrado e di sporcizia in cui versa tutto l'insieme e l'assoluta incuria di chi dovrebbe essere preposto alla sorveglianza e alla custodia ne fanno più una sorta di discarica per rifiuti che una preziosa testimonianza di un passato ormai remoto.
Lasciata Massafra, inerpicandosi quindi lungo la SS. 172, detta anche dei trulli, comincia l'avvicinamento a Locorotondo e quindi a Fasano (anche in questo caso si tratta di pochi chilometri, circa 55). Fasano è una tappa d'obbligo soprattutto se si hanno bambini a bordo, ma in tutta onestà riteniamo che anche per noi adulti valga senz'altro la pena di passarvi una mezza giornata. Archeologia? Musei? No, almeno qui niente di tutto ciò, ma a Fasano si visita lo Zoosafari, al cui interno un giro in camper permette di provare autentici brividi guardando negli occhi leoni e tigri in semilibertà e avendo incontri ravvicinati con le curiosissime giraffe, con i timidi cerbiatti e con gli aggraziati fenicotteri rosa. Lo stesso biglietto di ingresso dello zoo permette di entrare nell'attiguo Parco dei divertimenti di Fantasyland, al cui interno si possono poi ammirare, oltre alle consuete attrazioni, spettacoli di illusionismo e un fornitissimo acquario.
Appena 22 km. separano lo zoo di Fasano alla tappa successiva del nostro itinerario, Alberobello, la capitale dei trulli, nella cui piazza centrale (Largo Martellotta) è anche possibile pernottare in assoluta quiete, circondati da una miriade di pittoreschi trulli.
La cittadina è giustamente famosa per i Trulli con i caratteristici tetti a forma di calice rovesciato in pietra arenaria di cui in effetti un po' tutta la zona è piena, anche le campagne. Non tutti sanno, però, che queste costruzioni ebbero origine in seguito ad una protesta popolare contro una tassa sulla malta che il re impose nel XVII sec.; ma il bisogno aguzza l'ingegno e allora si trovò il modo di perfezionare la costruzione di questa casette erigendole a secco, senza l'aggiunta di malta, con un gioco di pietre ad incastro che, partendo da una base più larga, si restringeva fino ad una sommità conica e che le rese così solide da fare sì che siano arrivate fino ai nostri giorni in buone condizioni. Tutta la campagna che circonda Martina Franca e Locorotondo, come dicevamo, è punteggiata da una miriade di trulli, ma è ad Alberobello che queste tipiche costruzioni si possono ammirare in diverse centinaia di esemplari. In particolare il rione Monti si inerpica su strette stradine lastricate in salita e comprende circa un migliaio di trulli che si rincorrono in uno scenario affascinante di coni e di arenaria, alternando sui tetti un insieme di simboli dipinti in bianco che hanno una valenza mistico-propiziatoria. Passeggiando per gli stretti vicoletti è facile farsi trasportare dalla fantasia e immaginare di trovarsi proiettati indietro di un paio di secoli e immersi in una vita di chiara impronta pastorale. Con occhi stupefatti si possono quindi ammirare le costruzioni dall'interno, rendendosi conto che di norma esse erano formate da un unico, grande locale, sormontato però da diversi trulli che corrispondevano a nicchie minori disposte lateralmente rispetto al corpo centrale e che avevano funzione di focolare, di camera da letto, di dispensa. I vari locali erano separati da tende e non disponevano di finestre, nè di locale bagno. Sempre all'interno del rione Monti è possibile visitare la chiesa dei Trulli, dedicata a Sant'Antonio da Padova; invece un po' più a nord si trova il Trullo Sovrano, l'unico trullo a due piani, e la Casa d'Amore, il primo trullo costruito nel 1797 con l'aggiunta di malta, dal momento che la famigerata tassa era stata finalmente abolita.
A circa 20 km da Alberobello cambia lo scenario e ci si trova a contatto con una di quelle mete avvincenti che da sole basterebbero a giustificare un viaggio da queste parti: stiamo parlando delle spettacolari Grotte di Castellana, scoperte nel secolo scorso, ma di origine antichissima. Infatti nella notte dei tempi all'interno di una primitiva frattura della roccia pare si fosse incuneato un fiume sotterraneo che continuò ad allargare la gola, trasformando l'originaria frattura in una serie di caverne amplissime che conducono ad una serie di cunicoli e di stretti passaggi in discesa e in salita, incorniciati da un insieme fantasmagorico e altamente spettacolare di stalattiti e stalagmiti dalle fogge più strane e dai colori più stravaganti. Pur in presenza di lavori in corso per il consolidamento di alcuni camminamenti, una visita guidata permette di percorrere un tratto abbastanza ampio di "sentieri" in mezzo a grotte ricolme di formazioni cristalline la cui forma insolita dà adito a diverse interpretazioni e la cui luminescenza, sapientemente ottenuta con giochi di luce soffusa, stupisce e attrae, rendendole traslucide e rilucenti nella penombra discreta. Ogni tanto qualche goccia d'acqua che cade ricorda l'origine di tanto splendore: infatti è noto che queste formazioni sono il risultato di decine di anni di sgocciolìo di acqua piovana che, evaporando, ha lasciato un residuo di carbonato di calcio e di altri minerali che in seguito hanno formato i nuclei delle stalattiti e delle stalagmiti. E ogni angolo, ogni fenditura e ogni anfratto entusiasmano per il loro aspetto cangiante e per i colori sempre cambianti. Una visita che vale proprio la pena di fare, per riflettere quantomeno sugli incredibili tesori di cui è prodiga la natura anche sotto il livello della crosta terrestre: ci si allontana infatti dalle grotte con un senso rinnovato di rispetto e di meraviglia, coscienti che il fiume sotterraneo che è responsabile della nascita di queste affascinanti caverne non si è ancora estinto, ma scorre duecento metri sotto il livello delle caverne, permettendo con l'estrazione delle sue acque l'irrigazione delle campagne circostanti.
Da qui poco più di 110 km. ci portano, prima in direzione di Bari e poi lungo la SS. 98 verso Ruvo di Puglia, a contatto con un'ulteriore realtà pittoresca e particolare: Castel del Monte, lo spettacolare castello voluto da Federico II di Svevia. Il castello, incastonato in un insieme di verdissimi boschi, ci appare all'improvviso attraverso una cortina evanescente di nebbia che lo fa sembrare del tutto simile ad un castello di fiaba. E sempre di più la luce rosata del tramonto che incombe lo fa apparire come un'apparizione fantasmagorica. Castel del Monte, eretto nel 1240, colpisce innanzitutto per la sua atipica pianta ottagonale e poi per l'inspiegabile mancanza di cucine e del canonico ponte levatoio. Viene spontaneo allora chiedersi che funzione potesse avere questa costruzione, dal momento che non era adibita a fortezza (le feritoie sono talmente strette anche dal lato interno non si riesce ad immaginare un uomo che vi si incunei per la difesa del castello), né ad abitazione. Ma forse il numero 8 che si ripete all'infinito nelle proporzioni del castello (otto lati con otto torrioni e otto finestre per ogni torrione) ci può illuminare sulla reale funzione dell'imponente costruzione: infatti l'8 è ritenuto un simbolo sacro (non per niente l'888 è il numero simbolo di Cristo) e paragonare il castello ad una sorta di tempio, all'interno del quale venivano custodite le aspirazioni più profonde ci Federico II, non è forse troppo azzardato. Vi è anche chi ha interpretato la costruzione come realizzazione in chiave ovviamente esoterica del Santo Graal, e chi ha ricostruito un itinerario di sublimazione religiosa trovando Castel del Monte collocato a metà della proiezione longitudinale della distanza tra Chartres (sede di una Cattedrale anch'essa sottoposta a lettura esoterica) e il Cairo (dove si trova la Piramide di Cheope le cui dimensioni sono esattamente allineate a quelle del castello).
Purtroppo, al di là dell'imponente e perfetta costruzione, non è rimasta traccia degli arredi interni; la testimonianza forse più importante dell'architettura federiciana nell'Italia meridionale è quindi affidata alla struttura delle mura esterne e interne, ancora perfettamente conservate, e alla grande cisterna sotterranea di acqua piovana che è rimasta intatta.
Mentre ci allontaniamo la sagoma maestosa di Castel del Monte continua ad essere visibile circondata dalla corona dei boschi e sembra quasi lanciarci un altero arrivederci, sfidandoci a scoprire il suo mistero.
Imboccando la SS. 378 ci avviciniamo ad Altamura, cittadina quasi al confine tra la Puglia e la Basilicata che dista appena 50 km dal castello federiciano. La città deve il suo nome ad un doppio anello di mura megalitiche, in parte conservatesi fino ai nostri giorni, e si sviluppa attorno al centro storico in un insieme di "claustri", ossia di cortiletti interni che formano dei quartieri in miniatura, all'interno dei quali la vita degli abitanti era condivisa momento per momento. Il fulcro del centro storico è però rappresentato dalla Cattedrale, voluta da Federico II attorno al 1240, che si sviluppa in stile romanico con le sue eleganti torri e il magnifico portale con scene del Nuovo Testamento. Nei pressi della Cattedrale si trova anche la chiesetta di San Nicola, decorata da un bellissimo portale e da un maestoso rosone. Qui è famoso il pane cotto ancora nei forni a legna (e in grado di mantenersi fresco fino a quattro giorni) e il Nocino di Padre Peppe, un caratteristico digestivo fatto con le noci che si può acquistare nel bar attiguo al Duomo, lo storico Caffè Ronchi-Striccoli fondato nel secolo scorso e gestito ancora dagli eredi del fondatore. (Vedi nota di Carlo Striccoli - Dic 2000)
Ancora 20 km e si è di nuovo in Lucania, a Matera, la città dei Sassi. Qui è possibile pernottare in un comodo parcheggio in pieno centro presso Piazza Matteotti, di fronte il Palazzo di Giustizia, da cui fare base per la visita della città. Assolutamente immancabile è l'escursione ai Sassi, che si può fare in compagnia di uno dei numerosi ragazzi che si offrono di fare da guida. Anche Matera, come altre città della zona, è spaccata in due da una profondissima gravina ed è circondata da una roccia particolarmente friabile che ha permesso il formarsi di una serie di grotte fin dall'era neolitica. Infatti il lato più esterno della gravina è cosparso di grotte antichissime e di chiese rupestri di epoca basiliana che si affacciano sul canyon. Ma è dall'altra parte della gravina che si trovano i famosi Sassi, gli stessi che hanno fatto sottoporre la città a vincolo dell'Unesco.
I quartieri in cui si trovano i Sassi sono due: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano ed essi occupano i versanti opposti di una stessa collina, su cui campeggia la sagoma imponente della Cattedrale. In definitiva i Sassi sono abitazioni in parte scavate nel tufo e in parte costruite su più livelli, in modo tale che il tetto di una si trova a fare da pavimento a quella sovrastante. Si sono sviluppate lungo un unico asse e sono formate, in massima parte, da un paio di ambienti: quello principale fungeva da cucina e da camera da letto, quello secondario da stalla o, se posto ad un livello inferiore, da cantina. La vita dei contadini che abitavano nei Sassi era realmente spartana: non c'erano fontane d'acqua nelle vicinanze e tutti i Sassi contenevano una o più cisterne sotterranee per la raccolta dell'acqua piovana, mentre in pieno inverno era la neve che, fatta sciogliere sul focolare, contribuiva ai bisogni idrici degli abitanti. Questa situazione è durata fino al periodo del fascismo, durante il quale si impiantarono finalmente delle fontane. L'interno dei Sassi non disponeva di mobili in legno, ma venivano scavati dei ripostigli nel tufo per riporvi provviste e attrezzi. Le provviste, in particolare, si riponevano il più in alto possibile per scoraggiare furti e visite di ...topi. I letti venivano sistemati a mezz'aria, per evitare l'umidità, regina in queste grotte, mentre gli animali da cortile, in regime di totale promiscuità, dormivano al di sotto, contribuendo a riscaldare i padroni. Nella stanza posteriore venivano invece sistemati l'asino e la mucca, in assoluto la merce più preziosa per i contadini. Il Sasso prendeva luce dalla porta e da una sorta di finestrella posteriore, in modo tale che la penombra regnasse all'interno per gran parte della giornata.
Tra i Sassi adibiti ad abitazione si trovano anche diverse chiese rupestri che conservano ancora alcuni affreschi di chiara matrice bizantina; esse ospitarono tra l'VIII e il X secolo d.C. monaci del Sacro Romano Impero d'Oriente in fuga dal Movimento Iconoclasta, come a Massafra. Le chiese furono in seguito abbandonate dai monaci e divennero abitazioni e, negli attigui locali posti a livello inferiore, fornite cantine. E scendendo le scale che portano ai livelli inferiori si possono ancora oggi vedere i ripostigli in cui si conservavano le botti e gli scalini avvallati dal passaggio delle stesse. All'interno di queste cantine il vino, pigiato rigorosamente con i piedi, si conservava piuttosto bene per la circolazione di aria fresca. Da una quarantina di anni i Sassi sono ormai quasi completamente disabitati, ma il comune sta cercando di farli ripopolare, offrendo condizioni particolarmente vantaggiose a coloro interessati ad affittarli. Ma c'è ancora moltissimo da fare per riportare alla vita questa città addormentata e per salvarla dal più completo degrado. E anche l'Unesco sta a guardare. In questo senso tutto il mezzogiorno d'Italia, così ricco di testimonianze storiche e artistiche, è poi nella realtà abbandonato il più delle volte a se stesso. E questo fa male al cuore per davvero.
A Matera, che a sua volta dista una quarantina di chilometri da Metaponto, termina questo itinerario, agevolmente percorso in una settimana. Per chi avesse ancora tempo da dedicare a questa zona, basterebbe aggiungere a nord-ovest tutta la zona del Gargano, di particolare interesse soprattutto naturalistico, e a sud-est tutta la zona tra Lecce e Otranto, dove al paesaggio si aggiungono le testimonianze soprattutto del barocco pugliese.



 

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